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L'editoriale

Combattere l’ageism

Di mentorship, donne mature al comando e riviste di moda

Di Enrico M. Torboli

La notizia è di pochi giorni fa. La World Health Organization ha lanciato la Global Campaign To Combat Ageism lo scorso 18 marzo 2021. Non si è ancora spenta, per fortuna, l’eco delle iniziative seguite alla ricorrenza dell’8 marzo che arriva questa nuova, importante, call to action.

Dopo il sessismo, il razzismo e l’omofobia finalmente una presa di coscienza globale contro l’ageismo, la discriminazione basata sul pregiudizio anagrafico. È una nuova grande battaglia ben narrata in Italia dalla migliore stampa periodica, come il settimanale Elle in questo illuminante servizio che cita anche noi di Cocooners (l’emoticon sorridente sarebbe d’obbligo ma cerco di essere british…). È l’ultima, ennesima, barricata dove combattere e dove usare il potere della parola che salva, inclusione, unita a un pizzico di grey-pride. Bisogna ripensare al ruolo-chiave dei seniores nell’ambito delle organizzazioni d’impresa: pubbliche, private, startup, banche, accademie, fondazioni. Il nuovo umanesimo di questo difficile terzo millennio non può non partire dal ruolo-chiave dell’esperienza, degli anni di navigazione. I seniores in azienda hanno, oggi più che mai un ruolo insostituibile. Di guida e di visione, per dipanare le nebbie del futuro. Innanzitutto di leader.

Un uomo solo al comando. No, non è Coppi. Non è nemmeno un uomo bensì una donna. Donne anzi, e di successo, molte. Soprattutto nella comunicazione. Un lungo elenco di leader, mature, al comando, fino alla fine dei loro giorni. Penso all’editoria della moda, industria che bazzico con una certa malcelata passione da un paio di lustri. Una su tutti: Diana Vreeland (l’imperatrice della moda, a lei l’onore della foto). La fashion editor per antonomasia. Inventa una professione e la narrazione della moda non sarà più la stessa. Arriva a Vogue a 60 anni suonati, chiamata dai Newhouse (che se ne libereranno 8 anni dopo), e anticipa il Sessantotto, la musica pop, lo Studio 54, le star di Hollywood in copertina e il mondo lisergico della Factory di Warhol nelle pagine degli shooting moda. Vogue divenne Vogue. Period. Poi, non paga, cambiò il corso dell’Istituto del Costume del Met di NYC. Ci arriva nel 1973 a 70 anni e sarà l’ennesima rivoluzione nella narrazione della storia dei costumi, da Balenciaga e Saint Laurent fino alla donna del 18mo secolo. Con annessi party mondani, paillettes e mezza Hollywood a ballare fino a notte fonda: Diana Vreeland sempre al centro dello show, a guidare le danze fino al 1989, quando le luci si spegneranno anche per lei. In casa Vogue a ben vedere c’era già stato il fenomeno Edna Woolman Chase, la giovane giornalista a cui si affidò oltre 100 anni fa Condé Montrose Nast e che cambiò pelle a un settimanale concepito per l’annoiata borghesia newyorchese facendolo diventare il mensile-feticcio dei fashion magazines. Lo diresse per 38 anni (la divina Wintour, non ce ne voglia, è “solo” a 33 anni di direzione di Vogue America). E che dire della sua collega-competitor, Carmel Snow, che diresse Harper’s Bazaar fino all’età di 71 anni? Se andiamo in Europa i casi non mancano. Helen Lazareff, che nel lontano 1945, sulle ceneri della Seconda Guerra mondiale, creò a Parigi Elle e la diresse fino al 1972. Senza dimenticare infine, si sa sono di parte, Helen Gurley Brown, ancora sui colophon di tutte le edizioni del mondo di Cosmopolitan. A Helen si deve la rifondazione di quello che sarebbe diventato il femminile più diffuso nel mondo. Era il 1965, lei era appena reduce dal successo editoriale di “Sex and the single girl” (ogni allusione alla saga Sex and The City è voluta). Il resto è storia: a capo di di Cosmo fino al 1997 e poi responsabile, fino alla sua scomparsa nel 2012, di tutte le edizioni internazionali del media brand più scanzonato, profittevole e inclusivo di Hearst. Mentore delle nuove direttrici. Giovani, millennial.

Si fa concretamente troppo poco sulla mentorship rispetto a quanto si parla di soft-skills.

Abbiamo bisogno di una nuova ecologia aziendale che valorizzi i Boomers, che faccia leva sui loro anni di esperienza per insegnare cos’è la leadership alle giovani generazioni. Simon Sinek, uno dei più apprezzati keynote-speakers contemporanei, sostiene che “essere un leader è una responsabilità. Non si stratta di essere un capo. Si tratta di prendersi cura delle persone che guidi”. Game, set, match. Godetevelo qui, il grande Simon, in un Ted Talk memorabile: Perchè i bravi leader ci fanno sentire al sicuro. Se c’è un momento storico cruciale per ripensare a uno sviluppo organizzativo che metta a fattore comune l’intelligenza emotiva degli over 60 forse è proprio questo. “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Se lo ha detto il vescovo di Roma Jorge Mario Bergoglio SJ quasi un anno fa, allora cerchiamo di non dimenticarlo. 

Ite missa est.

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