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Bianco è il colore del danno di Francesca Mannocchi

Il corpo di una scrittrice diventa lo specchio della fragilità umana

Di Ursula Beretta

Si parla tanto di resilienza in questo periodo e, in alcuni casi, anche a sproposito tanto da banalizzare un atteggiamento che è talmente connaturato all’essere umano da essere diventato sinonimo di forza. Ma il fatto di essere resiliente, la capacità di andare oltre quello che si crede un limite proprio quando le difficoltà del momento sembrano avere il sopravvento, è tutto fuorchè una cosa banale. È vita. È cambiare quella vita per non soccombere. È stravolgere, anche, la vita stessa smuovendo anche le certezze più profonde e ricominciando, in qualche modo, da capo. 

L’ha fatto, suo malgrado, Francesca Mannocchi, scrittrice e giornalista, che, seppur inviata di guerra, si è trovata a combattere un nemico molto più pericoloso di quelli a cui era abituata, il suo stesso corpo, colpito da una malattia degenerativa e scostante, che l’ha costretta a rivedere il suo modo di stare al mondo. E ha tirato fuori la sua resilienza. Lo racconta in “Bianco è il colore del danno” (edito da Einaudi editore), un romanzo che definire biografia sarebbe riduttivo perché si nutre di riflessioni e di indagini personali, scava nelle pieghe delle relazioni famigliari, indugia su pensieri dolorosi e, soprattutto, si fa cronistoria dolorosamente vera del cambiamento di una donna, e di tutte le sue declinazioni di donna.

Nei miei trent’anni mi ammalerò: si apre con la profezia di una bambina di otto anni, dai capelli corti e con una disperazione appena sbocciata la cronaca avvolgente di quel bianco che ha fatto sentire improvvisamente la sua presenza nel letto di un albergo palermitano impedendo a Francesca di muovere metà del suo corpo e che, con una risonanza magnetica fatta subito dopo, diventa il segnale iniziale della malattia. “Nero, assenza di segnale. Bianco è segnale massimo. Le mie lesioni sono bianche”, la sclerosi multipla potenzialmente degenerativa è bianca.

È la linea cromatica che definisce chi è sano e chi è malato, che spezza i tempi narrativi del passato e del presente, che racconta un domani in cui non c’è spazio per l’autocommiserazione ma per capire come fare a gestire un figlio, un marito, un lavoro, dei genitori. Bianco è la memoria che porta indietro, a ricostruire disperatamente l’albero genealogico di una malattia bastarda e diventa il pretesto per scrivere una storia famigliare intensa, ricca di ramificazioni, che non si deve arrestare. Bianca è la medicina e la sua realtà, le sue cure e le sue incertezze, alla ricerca spasmodica di risposte che non ci sono, nel confronto drammatico tra chi è sano e chi non lo è più e per questo è meno libero, più dipendente, spesso decisamente respingente. 

Bianco è la realtà di una donna che deve venire a patti con la malattia e accettare la sua nuova condizione di disabile imparando a tenere insieme quello che era, quello che è e quello che sarà.

Perché la malattia è bianca, e la morte pure lo è, e il bianco non si esprime per menzogne. Contiene tutto.

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