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Cesare Picco, quando l'improvvisazione è arte

Quando la musica è cura

Di Paola Molfino

Ci sono dischi che ascolti per la prima volta e ti sorprendono, ti catturano, ti divertono, ti incuriosiscono, ti fanno respirare aria nuova… E ti fanno scoprire un musicista, un compositore, un interprete che fino a quel momento ignoravi o magari conoscevi distrattamente. Per me uno di quei dischi è stato Bach to me. Era il 2007 – quanti anni sono passati da allora – e fu così, ascoltando e riascoltando quel cd che mi era stato consigliato da un critico jazz di rango come Franco Fayenz che scoprii la musica di Cesare Picco.  

La musica come Cura

Pianista, il quale oltre a incarnare i suddetti ruoli di compositore e interprete in uno solo, è, come scrisse con la sua penna perfetta Fayenz, collaboratore e amico di un trentennio: «un improvvisatore puro, è soltanto quello che suona e come lo suona. È un musicista in grado di frantumare insieme nel proprio linguaggio creativo Gyorgy Ligeti e Johann Sebastian Bach, Thelonious Monk e John Coltrane».  

Un musicista in grado di spaziare dalla classica all'elettronica, dal barocco al jazz, ma anche un artista poliedrico interessato a tutte le forme di comunicazione e di espressione (per esempio nel 2019 è “tornato” a Bach da scrittore con un romanzo intitolato Sebastian)

A proprio agio tra i suoni di un’orchestra barocca come tra i beat elettronici, Picco ha saputo negli anni creare una propria cifra inconfondibile e appuntamenti “live” imperdibili come il suo Blind Date - Concert in the dark, esperienza multisensoriale ideata nel 2009, indimenticabile e unica nel suo genere, “concerto al buio” in cui artista e pubblico sono immersi nell’oscurità assoluta, realizzata con una onlus, CMB Italia, che cura le malattie degli occhi dei bambini nel mondo. 

Dopo Alchemy del 2020, album che apriva nuovi orizzonti sull’idea di suono del pianoforte, Picco ha di recente pubblicato con Universal il suo sedicesimo lavoro dal titolo simbolico ed evocativo di questo tempo incerto che viviamo: The Last Gate. Lui lo racconta così: “Se è malata la Terra, siamo malati noi. Questa è una consapevolezza che sta per fortuna crescendo nel mondo, come sappiamo che tutti siamo connessi in questo destino e che ognuno di noi ha una parte da compiere. Da musicista, credo che la musica possa fare la differenza, il Suono è per me la cura, il mio compito è di creare suoni che possano risvegliare questa consapevolezza”.  

Artista e uomo del proprio tempo, interprete carismatico e sensibile Picco avverte che il nostro mondo ci pone di fronte a scelte non più procrastinabili, che esigono prese di posizione decise. Si sente di fronte all’ultimo “cancello” e la sua risposta in musica sono brani che si intitolano: Aurora Crossing, The Last Gate, Inside Me, Angels, The Giant, I Remember, Like a Butterfly, Until the End, Another Breath, La prossima volta…                             

Cinquantadue anni, la folta barba brizzolata che fa un po’ guru, Picco è da sempre sperimentatore trasversale in ogni ambito musicale e anche questo nuovo album è arricchito dalla presenza oltre del suo pianoforte (è artista brand ambassador Yamaha), del violoncello di Leonardo Sapere, di una lieve componente elettronica, ma soprattutto dall’armonium, strumento antico, ma anche estremamente attuale per il suo suono che Picco definisce “naturale” e si inserisce perfettamente non solo nelle sonorità, ma anche nella filosofia stessa di The Last Gate  

Le note che sgorgano dalle tastiere di Picco cambiano spesso registro. Salti dinamici, stilistici, emozionali eppure fluidi, ipnotici, affascinanti simili a quelli che Picco offre agli ascoltatori dei suoi concerti. E che soprattutto raccontano il mondo di un artista per il quale il suono è ovunque nel respiro dell’universo. Nel buio di una sala totalmente oscurata, nelle luci psichedeliche di un “piano rave” e in quelle soft di un jazz club, nella penombra di un teatro dove si danza oppure in pieno sole in un concerto all’aperto. E il suono si fa musica. 

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