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De Senectute: come invecchiano le donne

Intervista all'autrice del libro Francesca Rigotti

Di Ursula Beretta

Non è un paese per vecchi ma, soprattutto, per vecchie. Perché sulla vecchiaia e, in particolare, su quella femminile, pesano pregiudizi sedimentati da secoli, che fanno riferimento a quegli stereotipi  nei quali l’età senile è stata, da sempre, ingabbiata. E proprio all’indagine di questi è dedicato il libro di Francesca Rigotti, “De Senectute” (edito da Einaudi), che prende a prestito il titolo di un celebre dialogo di Cicerone per aprirsi a una riflessione intensa e breve sulla vecchiaia, ricca di citazioni letterarie e filosofiche. Dal saggio dell’autrice emergono pregiudizi e ostracismi, tradizioni e comportamenti incentrati sul modo di concepire la vecchiaia femminile che, nel corso del tempo, hanno causato un vero e proprio ageism, una discriminazione nei confronti degli anziani. Ma se la vecchiaia è una stagione della vita che chiunque, si spera, raggiunga, ha senso parlare di vecchiaia delle donne e, soprattutto, demonizzarla?

Ne abbiamo discusso con la Professoressa Francesca Rigotti.

Ha senso parlare specificamente di vecchiaia delle donne?

Sì e no. No, perché donne e uomini, in relazione alla vecchiaia, sono uguali e hanno gli stessi problemi. Ma anche sì dal momento che le donne subiscono una doppia discriminazione che deriva dall’aver perso lo scopo riproduttivo legato, storicamente, al loro ruolo nella società.

Se la vecchiaia per gli uomini è un valore aggiunto, per la donna è associata a una serie di caratteristiche negative che affondano le loro radici nella storia. Com’è nato questo “doppio standard dell’invecchiamento” (come ha scritto la Sontag nel 1972)?

Se l’invecchiamento è difficile per tutti, per le donne lo è di più dal momento che la vecchiaia è una cosa positiva solo per gli uomini. Se ai maschi è concesso beneficiare del tempo che passa in termini di conoscenza, di esperienza, di crescita e anche di fascino, le donne vecchie sono considerate, storicamente, inguardabili e indesiderabili. Un pregiudizio duro a morire che si ritrova invariato anche negli “illuminati” tempi attuali…

Esistono due tipi di creatività, quella fisica associata alla donna e alla sua dimensione corporale, e quella mentale, tipica degli uomini: da cosa nasce questa dicotomia?

Dalla storia e arriva ai giorni nostri perchè la creatività richiesta alle donne è, secondo opinione comune anche a menti eccelse, soddisfatta dal fare figli. Ed è qui l’errore perché le donne hanno, al contrario, una doppia creatività, quella di procreare tanto fisicamente quanto mentalmente. Del resto, fin dall’antichità, le donne erano deputate al mettere al mondo la prole e, quando invecchiavano, dovevano aiutare le più giovani a fare altrettanto (e lo ricorda Socrate nel suo dialogo con Teeteto). Ma attenzione, solo se a loro volta erano state madri, se no erano considerate indegne. E il loro ruolo riproduttivo è ribadito anche dalla religione cristiana…

La vecchiaia delle donne è stata spesso associata all’idea di bruttezza e stigmatizzata per la condizione di sterilità che comporta. Eppure le donne non cessano di avere uno spirito materno anche negli anni della maturità e di dare vita a un nuovo tipo di fecondità

Esattamente: esiste un altro tipo di fecondità, altrettanto importante e arricchente, che è quella relativa ai legami, all’amicizia, alla famiglia, ai nipoti. Pensiamo solo al valore delle nonne… Il dimenticare questa cosa comporta un ulteriore ostracismo nei confronti della vecchiaia e la conseguente solitudine, male che al giorno d’oggi colpisce tutti gli anziani, indipendentemente dal sesso.

Parliamo della questione estetica associata alla vecchiaia: nell’antichità quella femminile era associata a un’immagine negativa, perché? E oggi?

Fin dal mondo greco-romano il pregiudizio estetico legato all’invecchiamento della donna è stato un filo rosso che ha accompagnato lo sviluppo delle civiltà, tutte concentrate sul culto della bellezza, con la conseguente denigrazione della donna vecchia e non fertile. Oggi ci sono infinite possibilità di mantenere la giovinezza nel corpo e nel viso e, a mio avviso, è un grande bene e una libertà che aiuta anche e soprattutto  a livello psicologico.

La questione legata alla sapienza dei vecchi com’è cambiata oggi che impera un totale giovanilismo culturale?

Questo, ahimè, è un fatto che accomuna uomini e donne perché oggi non si valuta il sapere esperienziale ma la velocità, apparente, dell’apprendimento. Ma il fatto che un giovane sappia usare uno smartphone meglio rispetto a una persona anziana non significa che ne conosca il funzionamento… il sapere degli anziani è più completo, più ampio, non si ferma alla superficialità: è, appunto, esperienziale. E bisognerebbe tenerne conto!

Quali difficoltà ulteriori, rispetto agli uomini, vivono le donne nell’età della senescenza?

La difficoltà più evidente, e di cui si parla sempre troppo poco, è quella legata alla sessualità: se non fa notizia che un uomo anziano possa soddisfare i suoi desideri con una donna molto più giovane, non vale il contrario! E non è tutto. La scarsa affettività nei confronti delle persone anziane – pensiamo a quanto poco si abbraccino i vecchi – equivale a un tabù che non fa che aumentare la loro solitudine…

In conclusione, oggi più che mai è necessario guardare al passato per cambiare il futuro facendo fuori i pregiudizi legati alla vecchiaia  e donare finalmente  un’immagine rinnovata dell’uomo e soprattutto, della donna in età avanzata.

 

Francesca Rigotti, De Senectute,  Einaudi, Prezzo 12 euro

 

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