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Essere un uomo di Nicole Krauss

Che sappiamo di noi stessi? La scrittrice americana risponde con 10 racconti

Di Ursula Beretta

La memoria, il passato, l’amore. E ancora la famiglia, la sofferenza, la storia, e su tutte, la cultura ebraica, quell’abbraccio avvolgente che diventa un preciso segno di appartenenza e, perché no?, la chiave ultima di ogni cosa. Nicole Krauss non può prescindere da questo patrimonio ingombrante e personale che ritorna come un mantra in ogni sua opera e che qui, in “Essere un uomo” (edito da Guanda),  accompagna silenziosamente i 10 racconti che compongono il suo ultimo libro. Storie che mostrano l’incapacità di ognuno dei protagonisti di scappare dall’assurdità dell’esistenza: sono donne, per lo più, figlie e madri, vedove e compagne, tutte più o meno sole, tutte sempre attorniate da altri personaggi che non le capiscono affatto. O forse nemmeno ci provano.

La trama di Essere un uomo

Da Ginevra a New York, da Tel Aviv a Los Angeles in una girandola di narrazioni capaci di raccontare momenti di rottura nell’esistenza dei protagonisti, momenti dolorosi ma spesso fecondi e soprattutto preparatori a una tanto sospirata rinascita. Una certa nostalgia, una malinconia di fondo, creano un filo conduttore tra racconti apparentemente diversi: la maggior parte evoca amicizie perdute, racconta morti, evoca malattie e scomparse; regna una sorta di solitudine, un’anticipazione della disgrazia che incombe, anche se spesso un sottile tocco di speranza, una nascita, un riavvicinamento spezzano la spirale catastrofica che sembra voler inghiottire il tutto.

Così mentre un uomo anziano riprende conoscenza dopo una difficile operazione, la figlia partorisce nel medesimo ospedale (“Zusya sul tetto”); una ragazza si installa nell’appartamento in terra israeliana appartenuto al padre appena scomparso e lì inizia una bizzarra convivenza con un amico di lui (“Io dormo ma il mio cuore è sveglio”). E ancora la giovane Noa deve portare i documenti di divorzio dei suoi genitori al rabbino mentre la California intorno a lei è devastata dagli incendi (“I giorni della fine”); ne “Il Marito” un uomo presentato come il padre scomparso della narratrice si integra nella famiglia pur non avendo nessun grado di parentela con essa.

Il mistero della vita

Ognuna di queste storie si focalizza su un momento chiave, si pone e fa porre al lettore delle domande, contiene delle rivelazioni più o meno silenti ma soprattutto ha un merito, quello di portare in primo piano il mistero che circonda la vita e il senso contrario che può prendere un’esistenza. Ogni personaggio è presentato da un duplice sguardo, quello del narratore e quello dell’altro tanto da restituirne una complessità sfaccettata che annulla la solitudine alla quale ognuno sembra destinato. Per una ragione semplice: il confronto è vitale anche per la narrazione perché permette di cogliere a pieno il peso di una storia e i suoi immediati riflessi nel reale.

Un insieme di pezzi di vita apparentemente slegati gli uni dagli altri che, nella penna di Nicole Krauss, trovano la loro ragione d’essere e compongono un affresco a metà strada tra il dramma e la commedia, ricco di interrogativi intimi e al contempo universalmente condivisi di cui la questione di fondo, che cosa significhi essere un uomo, diventa il cappello prioritario.  Una questione indagata anche dal fil rouge che percorre l’intera raccolta, l’ebraismo: talvolta evocata da una parola o da un gesto, altre volte esplosa senza moderazione, la religione è scritta nel dna dei personaggi. “Eravamo ebrei europei, persino in America, il che significa che ci erano accadute cose terribili, cose che rischiavano di ripetersi”, ognuno dei quali vive sotto il peso della Storia che rimane parte indelebile della sua identità

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