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Lucio Dalla, il calimero che si fece re

Dieci anni dalla scomparsa di un tradizionalista sperimentatore

Di Davide Sechi

Dalla Lucio o dell’eternità della canzone popolare tricolore. Da Bologna con passione, ironia, saltellando tra i tasti d’avorio e i soffi di clarinetto, tra memorie jazz, accelerazioni soul, tortellini in brodo, la capacità di cavalcare i fumanti anni 70 tricolori, quelli in bianco e nero tinti di rosso sangue, senza strizzare l’occhio a chissà quale movimento, piuttosto al partito del personale, anticipando il riflusso, raccontandolo con l’equilibrio di un trapezista fuoriclasse. Lui che, fisicamente, aveva poche armi, brutto, peloso, basso e amante del basket. Una corporatura che al principio gli precluse le telecamere televisive. Ma poi, apparve una coppola sopra una paio di occhiali a corredare uno sguardo furbo e dolce e “certa” musica cominciò a cambiare, come il famigerato vento.

 

Lucio era un mostro di bravura ma in televisione non lo volevano perché dicevano che era brutto. Ho dovuto fare i salti mortali per convincerli. Poi da quando andò a Sanremo con 4/3/1943 le cose cominciarono a cambiare. In quel frangente, vista la sua pelata, lo convinsi a indossare una coppola, che poi divenne il suo marchio di fabbrica

(Mimma Gasparri, discografica, intervistata da Fabio Zuffanti per Rolling Stone)

Il linguaggio da fumetto e le alleanze fraterne

Lucio Dalla uno di noi, che confessa di amare il lavoro, anzi vorrebbe farli tutti i lavori, tranne il medico. Le mani in pasta, ovunque, sin dal principio, dal debutto che parla di fine secolo, “1999”, ma siamo ancora nel 1966 e l’aria è folle, anche quando balla il beat convenzionale dell’epoca, ma poi accelera e perde i sensi per trovarne altri (L.S.D.), per ritrovarli in coda, palesando affanno “Puff Bam”, come un’esclamazione fumettistica, un anticipo di Supegulp!, quasi un omaggio a Franco Bonvicini da Modena, in arte Bonvi.

Dalla Lucio che al principio viene scambiato per un pagliaccio, si becca qualche pomodoro ma, intanto, intensifica la sua immagine, brutta eppure buffa, rassicurante ma chissà chi è, cosa si cela dietro. Gino Paoli lo sprona, lui infila il primo classico immortale, “4-3-1943”, si presenta sul palco di Sanremo, dove replica nel 1972 e il brano si intitola “Piazza Grande”, un anticipo dei racconti del futuro prossimo venturo, tra vita notturna, nostalgie, sapori di provincia, la co-firma tra le righe di Rosalino Cellamare, anche detto Ron. Eppure la strada è ancora lunga e lastricata di difficoltà, controversie e capolavori.

La rivoluzione di Lucio Dalla, la prima, inizia nel 1973, quando si allea con il poeta Roberto Roversi, penna corrosiva e fortemente antagonista. E il Nostro appoggia versi di stampo politico sociologico, dall’andatura grottesca, ma dal tratto finissimo, con musiche ricercate senza dare mai l’idea di qualcosa di lontano, elitario, espressamente intellettuale. Scatti, mugolii, stop & go, soul, jazz, blues, Bologna sempre in primo piano, anzi l’Italia. L’apogeo è “Automobili” o dello sfruttamento del mondo operaio, tra interviste all’Avvocato, la forza dell’eroe popolare che si fa macchina come “Nuvolari” e presagi del presente già futuro, “Il Motore del 2000”.

I successi degli anni 80

Ma poi Dalla Lucio ha bisogno di sentire se stesso e di cantarlo, abbandona Roversi, che si offende fino a perdere il controllo. Lui fa spallucce, scrive in una settimana “Come è Profondo il Mare” e si trasforma in un eroe, nell’uomo più amato d’Italia, uno su cui appoggiarsi, uno in cui credere, sempre. Lontano da antagonismi, rincorse in classifica, divismi, in un pomeriggio primaverile del 1982, Antonello Venditti lo dice chiaro e tondo: “Se non ci fosse Pertini, come presidente vorrei Lucio Dalla”. Che intanto è riemerso dal mare profondo e ha raddoppiato la posta con “Lucio Dalla”, quello di “Anna e Marco, “Milano”, l’Ultima Luna”, “Cosa Sarà”, per poi triplicarla con “Dalla” ed è il 1980 e il calimero ormai si è fatto re e, come accadrà poi a Battiato e Vasco Rossi, canta per tutti: “Balla Balla Ballerino”, scattante e commovente, “La Sera dei Miracoli”, epica e struggente, “Mambo”, tragicomica e ruggente, “Meri Luis”, quadretto metropolitano di inizio anni 80 e omaggio a Miles Davis, “Futura”, la summa di un Paese sul ciglio del burrone che ritrova l’equilibrio. Nel mezzo la riapertura degli stadi alla musica pop, dopo le tensioni del decennio plumbeo, in compagnia dell’altissimo Francesco de Gregori, marinai in avanscoperta.

Lucio Dalla ha detto tutto nel breve volgere di un lustro, da quel momento è “solo” tempo di qualche gioiello sparso. Uno di questi si intitola “Caruso” ed è l’apoteosi della canzone popolare italiana, un picco clamoroso che unisce i decenni, le generazioni, che parla di vita, amore e arte ma intanto attende la morte. Non troppo in fretta, però…

 

Aspettiamo che ritorni la luce

Di sentire una voce

Aspettiamo senza avere paura

Domani

 

(“Futura” - 1980)

State attenti al lupo, Lucio Dalla morde sempre

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