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Perché il vinile ha successo ancora oggi?

Elogio di un LP, fra riti e ricordi

Di Guido Daelli

Ascoltare un vinile è come nuotare contro corrente. Come vincere una partita che tutti davano per persa. Cioè essere pienamente soddisfatti per aver compiuto un gesto di coraggio.

 

L'esperienza del disco da mettere sulla piastra

Un LP è un oggetto scomodo. Brutalmente analogico in un’era tecnologica. Fuori misura. Plateale e vistoso in un mondo minimal. Tattile in modo violento da scioccare i polpastrelli ormai abituati alla piatta e fredda superficie di un tablet. Eccoli lì, spaesati mentre passano e godono di diverse sensazioni: la carta rigida della copertina, quella uso mano che ricopre e protegge il disco fino a quel cerchio nero flessibile di plastica solcato da righe che diventano musica e parole. Poi c’è l’odore della carta, e quello della polvere che la plastica attira come i fiori di corbezzolo con le api.

Altro che touch screen. Quanto anacronismo c’è nell’ascoltare un vinile nel XXI secolo? Quanta attesa è necessaria prima di far godere i timpani e con loro tutti noi stessi? Perché decidere di mettere su un disco, vuol dire potersi fermare. Premiarsi. Ricordare. Godere. Ribellarsi. Andare controcorrente. Eh, sì, amici: questo è un rituale decisamente da perennial.

Gli LP hanno superato indenni la digitalizzazione del mondo musicale e l’estinzione dei suoi rituali. Hanno resistito alla smaterializzazione della musica resa democratica dall’iPod voluto da quel moderno Archimede che è stato Steve Jobs. Hanno vinto contro le musicassette. Contro i cd. Contro gli mp3. Contro il clandestino peer to peer di Napster. Contro la lobby dei discografici che ha voluto Spotify.

Spieghiamoci meglio: per vittoria si intende la capacità di non estinguersi. Cosa che è successa al rullino da 36 pose quando è arrivata la macchina digitale e poi lo smartphone.

Lui ha resistito (non senza qualche ovvia sofferenza) perché un disco è un oggetto simpatico. Non necessariamente bello, (sì insomma sono gusti). Però dà soddisfazione. La sua resilienza è sicuramente dettata dalla forma di quel generoso quadrato da 30x30 cm. pari a 90 cm quadrati che lo proteggono e che rappresentano un universo. Copertine come opere d’arte e artisti influenzati dall’idea di realizzare delle copertine. Una su tutti? Andy Warhol per i Velvet Underground.

Sembra che il secolo del “tutto subito” abbia voluto proteggere l’oggettiva scomodità di un LP. O forse a metterlo al riparo dall’estinzione sono stati i suoi rituali. Quei fondamentali e automatici gesti che anticipano l’arrivo della prima nota musicale che la puntina incontra nel solco dell’incisione.

Eccoli.

Inizia tutto dalla scelta del disco

Che passa per lo sfoglio della propria collezione (e non importa se è grande oppure no). Spesso la scelta di cosa ascoltare abbraccia il caso. Oppure incontra il richiamo per la bellezza della copertina (anche se la conosci bene perché la possiedi da una vita). Oppure incrocia un momento, un ricordo e ça va sans dire quella del gruppo o cantautore preferito. Quanto è bello scegliere un album invece di trovarselo suggerito da un algoritmo? Quello sfogliare gli LP e scegliere cosa prendere dalla libreria dei dischi è un rituale magico. Una selezione che attribuisce un’aurea divina per chi giudica: “tu sì”, “tu no“.

Lo spostamento dei dischi ha un peso. Anche fisico. Muoverli dalla libreria fino a liberare lo spazio necessario per estrarre il predestinato è un tributo alla passione e al piacere. È un gesto che si fa sentire. Per prenderlo ci vuole un minimo di sforzo. Poco, che sia chiaro, ma va fatto. Bisogna tirare, solo così arriva nelle tue mani.

 

Ascoltare un disco è celebrare il tempo

La copertina logora e gli angoli stropicciati raccontano una parte della propria vita ed esaltano il ricordo. Sopra ci sono i segni degli anni. Macchie di caffè, scarabocchi, dediche, date di acquisto, frasi o simboli politici, perché si sa la musica è lo specchio degli ideali.

Ogni volta guardare la copertina sembra proprio come la prima volta. E si cerca qualcosa di mai visto prima. Anche se l’occhio si è posato lì sopra mille volte, non importa. Lo sguardo viviseziona le foto o la grafica come se fosse un acquisto nuovissimo, per andare alla ricerca di qualche particolare, di qualche dettaglio mai notato prima. In questa continua ricerca c’è un altro fascino magnifico degli LP.

Cioè l’idea di un oggetto mai finito, mai concluso. Che accompagna in quel concetto del non smettere di cercare che poi è un’attitudine della generazione che con i dischi è cresciuta. Cioè vivere di una curiosità attiva e atavica. Ricercare qualcosa, sempre e non dipendere dalla scelte fatte da un software behavioriale. Un LP è un atto di scelta volontaria e di scoperta continua.

Estrarre il disco dalla sua custodia è pura emozione. E una prova di amore. Non deve cadere. Né essere sporco, se lo fosse, va curato con liquido, spazzolina e straccetto. Il disco vuole attenzione. Esige amore.

Il valore dell’attesa

Una volta infilato nel perno del giradisci scatta una prova di delicatezza. La mano prende la scheletrica asta e accompagna con un’attenzione materna (o paterna) la puntina di diamante nel solco. Guai a fare le cose velocemente. Appoggiata la puntina, parte quel gracchiare che trasforma un un flash back il mondo intero in bianco e nero. In un tempo che non esiste più.

E poi, dopo qualche secondo la prima nota. Do. Re. Mi. Fa. Sol. La. Si. Do? Non importa. Ora basta, bisogna solo ascoltare. Godere. Cantare. Ballare.

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