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Phil Collins, lo sposo (in)felice

Le contraddizioni di un cantautore per caso

Di Davide Sechi

Sono passati quasi 20 anni da quando Phil Collins annunciò per la prima volta l’intenzione di ritirarsi. Nel corso del 2021, l’ex ragazzo di Chiswick, umile distretto di Londra, l’ha ribadito a gran voce: siamo ai titoli di coda. Non riesce più a stare in piedi, se non con l’aiuto di un bastone, è costretto a cantare seduto, ha perso l’uso dell’orecchio sinistro, da svariato tempo non è più in grado di tenere le amate bacchette in mano ma, intanto, Phil Collins è impegnato in un tour mondiale a capo dei Genesis, il gruppo che ne accompagnò esordi, prime e secondo glorie, con ticket venduti a peso d’oro, pubblico commosso e pandemie sfidate di petto. Ma si tratta dell’ultimo giro, l’ha ribadito Collins Phil, l’uomo che dice una cosa e, nel mentre, ne fa altre mille, una contraddizione vivente. Chi è Phil Collins? L’artista divenuto il “prezzemolo” degli anni 80, il cantante di tutti, adorato, detestato, supportato e sopportato? Cocooners, in tenuta superpartes, vi presenta sei frammenti della gloriosa carriera di quello che fu il batterista più richiesto, di colui che divenne casualmente un frontman, di chi si trasformò quasi senza accorgersene nel cantautore più cantato del mondo.

Il provino, estate 1970

Un ventenne in cerca di un’occasione, siede dietro le pelli di un gruppo, i Flaming Youth, ma sa sin dal principio che non è quello giusto, partecipa come suonatore di congas, grazie alla fortuna e all’intraprendenza, alle incisioni del monumentale “All Things Must Pass”, il triplo solista di George Harrison (proprio lui, il chitarrista dei Beatles che non ci sono più da qualche mese), ma non se ne accorge nessuno… Poi, si imbatte in un annuncio, uno dei centinaia che legge avido e speranzoso ogni settimana sulle riviste musicali: cercasi chitarrista e batterista con sensibilità per la musica acustica. Si mette d’accordo con un carissimo amico sei-cordista, Ronnie, caricano la Mini degli strumenti necessari e si presentano all’appuntamento. Scoprono che i titolari del provino sono tre coetanei dalla vita piuttosto agiata, lui è l’ultimo della lista e viene invitato a farsi una nuotata nella piscina in giardino, tra una bracciata e l’altra ascolta gli altri esaminati, capisce tutto, l’amico sulla via del ritorno lo prende in giro e gli assicura che invece lui ce l’ha fatta con la sua chitarra, ma il fuoriclasse è ovviamente l’unico e il solo Phil Collins, glielo comunica per telefono il cantante dei Genesis, tale Peter Gabriel: “Ciao Phil, se vuoi il posto è tuo”.

Il secondo provino, 1975

Dopo quattro anni di grande lavoro, i Genesis sono riconosciuti come esponenti di punta dell’art rock, del movimento progressive, della musica popolare più colta che certo non disdegna lo spettacolo, insomma sono a un passo dal diventare delle star. Ma, a un tratto, Peter Gabriel, l’immagine della band, la voce, la presenza carismatica, decide che ne ha abbastanza e va via. Scoramento e preoccupazione nella truppa che, però, si mette di buzzo buono e confeziona un album. Sì ma… chi lo canta? Phil Collins, da quattro anni batterista supersonico e seconda voce, organizza dei provini: si presentano a decine, centinaia le cassette inviate e ascoltate, nessuno supera la prova, nonostante l’appoggio dell’insegnante di cui sopra. Summit disperato, i quattro rimanenti titolari dell’insegna si guardano negli occhi e si chiedono “Ma non è che il cantante ce l’abbiamo in casa?”. Phil Collins esita ma, poi, dalle retrovie si ritrova in pole position. Nuovo disco, nuova voce, successo triplicato. Ed è solo l’inizio.

La saga dei matrimoni

Lei si chiama Andrea, è un amore adolescenziale di Phil che la rincontra, le chiede la mano, la sposa e mette su famiglia. È la metà degli anni 70. Ma i Genesis crescono, Collins è sempre più in primo piano, il management chiede un ultimo sforzo, ma mente, in realtà le fatiche saranno molte di più: c’è da percorrere in lungo e in largo il mondo, soprattutto gli Stati Uniti, concerti su concerti, apparizioni, promozioni, ma Andrea è giovane, è mamma e comincia a stancarsi. Phil le chiede ancora un po’ di pazienza, acquista una casa appena fuori Londra, chiama un architetto fidato che però si fa aiutare da un giovane imbianchino. Andrea scappa con l’imbianchino. È la prima delle relazioni naufragate per eccesso di zelo lavorativo da parte del protagonista della storia, ma è anche una clamorosa botta di fortuna.

Il cantautore all’improvviso

Phil, marito tradito, non molla: chiede ai compagni una pausa, raggiunge la moglie in Canada, si compra persino una casa, ma dopo quattro mesi deve fare ritorno con le pive nel sacco nella dimora britannica che avrebbe dovuto coccolare il suo matrimonio. Mentre i Genesis lavorano ai loro dischi solisti, Collins non sa cosa fare perché non ha mai scritto una canzone, lui è “solo” un superbo musicista. Nella solitudine, riorganizza le camere, quella matrimoniale diventa uno studio musicale, pigia un tasto del piano oggi, un altro l’indomani, tra le lacrime, la malinconia, il vino consolatorio e un vero e proprio canzoniere prende forma. Phil quasi non ci crede, fa ascoltare le prove ad amici e colleghi fidati e tutti rimangono stupiti, fino a che Ahmet Ertegün, il discografico più potente del pianeta, nonché boss dell’Atlantic, lo convince a confezionare un album. La canzone si intitola “In The Air Tonight”, l’album “Face Value”, lo compreranno oltre 20 milioni di persone. È il 1981.

Here, There & Everywhere

Gli anni 80 e la video musica, il senso del bello, i capelli cotonati, una gioventù avvenente, avventurosa, bionda, con gli occhi azzurri e sempre truccati, principi in posa e in attesa di rubare nuovi cuori. Ma a dominare le classifiche c’è un 35enne basso, con pochi capelli, con la barba sfatta, non proprio in forma aerobica, cantore di storie d’amore andate in frantumi. Nel decennio edonistico per eccellenza, Phil Collins è ovunque e con lui ci sono le sue ballate, le sue “One More Night”, sdolcinate, melodrammatiche, epiche. Diventano una barzelletta e, allo stesso tempo, frantumano tutti i record di vendita. Phil Collins è talmente dappertutto che, quando Bob Geldof organizza il Live Aid, lui prima suona a Londra, da solo e con Sting, poi prende il Concorde e riappare in mondovisione quattro ore dopo a Philadelphia, dove accompagna Eric Clapton, i Led Zeppelin, senza rinunciare a eseguire una delle sue ballate. Tra un album e l’altro, continua la sua avventura con i Genesis, divenuti ormai il gruppo pop più celeberrimo del globo, suona con tutti, produce, insegna i rudimenti della batteria al Principe Carlo, disintegra un altro paio di matrimoni, piange lacrime amare e scrive altre ballate.

Message in a bottle

Poi però arrivano gli anni 90, la fascinazione collettiva si attenua, Phil continua a scrivere e a girare il mondo, lascia i Genesis, viene contattato dalla Disney che gli commissiona la colonna sonora del suo nuovo cartone animato, Tarzan, lui accetta, ma chiede di non dover cantare, ma poi alla fine canta tutto, il film incassa oltre 500 milioni di dollari e lui vince persino l’Oscar! E trova pure l’amore definito: lei è Orianne, ha 25 anni meno di lui e, puntualmente, lo lascia. Collins, a capo di una tribù di figli e con il cuore a pezzi, stavolta non sa cosa fare, le rime sono finite, si attacca alla bottiglia, sembra un piccolo diversivo, si tramuta in un’odissea di quattro anni in cui il nostro rischia la vita ma poi riesce a salvarsi. Riconquista Orianne senza scrivere un’altra serie di evergreen romantici, ma poi la sposa lo molla di nuovo e lo deride sui media. Phil non può far altro che tornare sul palco, mezzo sordo e zoppo, against all odds…

Siete alla ricerca della colonna sonora adatta per una cena romantica? Chiamate Phil Collins

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