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Perché comprare una polo? Perché no?

La storia di un capo che devi (assolutamente) avere nell’armadio.

Di Guido Daelli

Morbido tessuto Piqué. Tre bottoni. Colletto arrotondato. Non c’è dubbio, è una polo. Icona dello smart casual e perfetta via di mezzo fra una t-shirt (comoda) e una camicia (formale).

Pur essendo di cotone e non di un materiale tecnico il tessuto Piqué ha una trama bucherellata e quindi traspirante. Durante il movimento del corpo i suoi alveoli contribuiscono a muovere più aria e rinfrescare la pelle. Non solo. Questi pixel, per fare un paragone con qualcosa di più attuale, giocano con la luce. Immaginando di ingrandire al microscopio il tessuto si vedrebbero micro quadrati, uno più basso e uno più alto che creando zone d’ombra, contribuiscono a dare una particolare caratteristica cromatica e un effetto ombra ancora una volta utile per godere di un senso di freschezza. In fondo, non va dimenticato. La polo è un capo tecnico. Leggete qui per sapere il perché.

La storia della maglia polo nasce in Inghilterra alla fine dell’Ottocento

Era indossata nella versione a manica lunga (che è un must have nel guardaroba di un uomo) dai giocatori di Polo. Uno sport di origine asiatica che piace da subito agli inglesi delle colonie di stanza nella regione Manipur del nord-est dell’India. Sono loro, infatti, nel 1859 a fondare nella città di Silchar il primo Polo Club.

La maglia si smarca dal perimetro di un campo di gioco quando entra nel catalogo di Brooks Brother. Un furbo John E. Brooks nel 1869 la vede indossata dai cavalieri durante una partita e decide di riprodurla e venderla nei suoi negozi di New York. Provate ad immaginare. Il mondo della moda maschile di allora era quanto di più tradizionale, prevedibile e monotono si potesse avere. Camicie, giacche, panciotto, cravatte, cappello, bastone, ombrello, scarpe. Arriva la polo improvvisamente le vetrine e le strade si vestono di un capo con una forma nuova, che spezza gli schemi e offre un diverso modo di vestire. Non l’avreste comprata anche voi?

Affascinato dalle novità, John E. Brooks non si ferma. Guardando quei coraggiosi ed eleganti giocatori vede due piccoli bottoni che tenevano ferme le alette del colletto delle loro maglie. Li fa suoi abbinandoli ai colli più tradizionali a punta delle sue camicie. In questo semplice gesto inventa il botton down e di fatto crea un’altra icona simbolo dello stile Informal e di tutta un’azienda: la Brooks Brother.

Da questo momento la moda maschile non farà mai più a meno delle camicie botton down indossate soprattutto nei giorni del Casual Friday.

Dalla Francia, dall'Inghilterra e dagli Usa con amore

Dall’arrivo nei negozi americani sono passati circa 30 anni. In Europa il tennista René Lacoste nel 1926 scende in campo senza la camicia, la cravatta e la giacca con cui si era soliti giocare. Indossa una strana maglia a manica corta e con tre bottoni vicino al collo. La loga con il suo soprannome: le Crocodile. Il successo è esagerato al punto che Lacoste diventa sinonimo di questo capo di abbigliamento. Recentemente il marketing aggiunge il colore e la storia è fatta.

Non sarà il solo. Il giocatore di tennis Fred Perry famoso soprattutto per la mitica finale di Wimbledon del 1934 decide di creare insieme a Tibby Wegner una linea d’abbigliamento esclusivamente dedicata ai tennisti. Il tennis è ormai un ricordo per lui e la sua capacità di fare marketing è stupefacente. Regala le maglie ai tennisti e agli addetti del campo. Invade il mondo del tennis con questa maglietta e per promuoverla la fa indossare anche all’importante entourage di persone famose conosciute negli anni passati con la racchetta in mano. In questa azione Fred Perry diventa un influencer ante litteram. Ma è da considerare anche uno che ha trasformato uno sport destinato agli aristocratici a uno destinato a veri e propri professionisti. Grazie a lui e alle sue magliette, il tennis non sarà mai più lo stesso.

Negli anni 70 arriva Ralph Lauren che mette insieme i due concetti. Il logo del cavallo che gioca a Polo su una maglia da polo. Non male come idea, no? Altro successo per un brand planetario che all’inizio ha messo al centro di tutto ancora una volta la mitica maglietta in tessuto Piqué.

La polo è un capo informale o elegante?

Un po’ tutte e due le cose. Informale perché ha un’origine e una tradizione sportiva e per la forma del suo colletto. Formale perché ha dei bottoni. Pensateci. Indossare una t-shirt è un atto che non comporta nessun rituale extra. Cioè? La prendi dal cassetto, la infili e il gioco è fatto. La polo ti obbliga a guardarla, ad aprirla e soprattutto a “genufletterti” su di lei per aprire i 3 bottoni che sono la più iconica delle iconiche rappresentazioni (e se qualcuno vi propone quella con la zip, lasciatela in negozio).

Sembra una cosa da poco, ma non è così. Perché aprire e poi chiudere i bottoni obbliga a instaurare con lei una forma di doveroso anche se inconsapevole rispetto. Obbliga chi la sceglie a fare qualcosa che la t-shirt non chiede e che al suo opposto la camicia chiede e pretende (ed è per questo che va considerata un capo formale…). Insomma, quei 3 bottoni creati per aerare il torso dei giocatori a cavallo, sono davvero importanti.

Il collo di una polo, perché è così?

Qui il discorso si fa lungo (sereni sarà breve) e non è sempre spiegabile con la logica. La forma arrotondata del collo richiama quella dei bellissimi Kurta Pajama che sono un importante capo di abbigliamento formale degli indiani. E dato che il gioco del polo è stato mutuato da qui, sembra logico pensare che la forma arrotondata sia una rilettura in chiave occidentale di questa forma. Certo il collo del Kurta Pajama è verticale, quello della polo al contrario è orizzontale, ma questo sembrerebbe dipendere dall’interpretazione data dal sarto di turno. Lo stesso che nelle prime versioni di polo aveva messo i due bottoni al colletto impedire che la velocità del galoppo lo facesse alzare.

Insomma, come detto non tutto è spiegabile con la logica, godetevi la sua atipica e magari illogica bellezza. E soprattutto evitate di alzarlo come la moda ha provato a promuovere qualche anno fa. È un gesto che vuole provare a dire: «sono un tipo sicuro di me e disinvolto». E invece dice: «mi sento figo e non ho proprio paura di nessuno».

Evitate davvero di farlo è un gesto arrogante. Non fatelo per me. Fatelo per il religioso rispetto della storia della polo.

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