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Quale normalità dopo il Covid-19?

Come tornare a vivere una vita equilibrata dopo due anni di pandemia

Di Noemi di Gioia

La Sars-Cov-2, che ha causato il Covid- 19 ha generato una grave crisi sanitaria, ma anche economica e sociale, che ha drammaticamente evidenziato le criticità delle strutture della nostra società e del nostro modo di vivere pre-Covid- 19. Soprattutto in queste settimane, dopo la fine dello stato di emergenza, c’è un diffuso desiderio di riprendere la “normalità”. Ma, se per “normalità” intendiamo tornare alle condizioni pre-Covid-19, questo ritorno non è pensabile, innanzitutto perché noi stessi non siamo più come prima.


Come siamo cambiati dopo la pandemia da Covid- 19


Prima del coronavirus vivevamo nell’illusione che nulla potesse scalfirci, ora invece abbiamo sperimentato sulla nostra pelle che l’ imprevisto è dietro l’angolo e che dobbiamo convivere con l’incertezza. Dalla necessità di doverci  mostrare sempre forti ed intraprendenti siamo passati alla cautela ed alla riflessione sulle nostre fragilità e sulle nostre paure. Abituati a vivere in modo frenetico, per il timore di non avere tempo a sufficienza, ci siamo trovati improvvisamente disorientati ed impreparati a gestire tutto il tempo, che  inaspettatamente abbiamo avuto.

Costretti arimaner e tutti in casa contemporaneamente, abbiamo vissuto nuovi conflitti familiari, ma abbiamo anche avuto la capacità di costruire nuovi equilibri. Al di là dei nostri individualismi, abbiamo preso coscienza di far parte di una comunità, in cui le singole vite sono strettamente legate, a tal punto che o ci si salva insieme o non si salva nessuno. La grave epidemia, provocata dal Covid- 19, ci ha quindi richiamato alla responsabilità verso noi stessi e verso gli altri, ci ha indotto a rispettare le regole per il bene di tutta la collettività, ad esercitare la pazienza, ad accogliere la lentezza e soprattutto a vivere il tempo dell’attesa, quel tempo che avevamo smarrito. Ci ha anche dato l’opportunità  di riscoprire il senso ed il piacere delle piccole cose, di assaporare il presente e soprattutto abbiamo imparato quanto sia importante vivere in sintonia con i nostri bisogni.


L’importanza del digitale per contrastare il Covid- 19


Non dimentichiamo poi che l’emergenza ha avviato nuove modalità di vita, da cui non si può più tornare indietro. Per esempio il lockdown ha stimolato un grande incremento dell’uso della tecnologia. Il Digital Society Index, uno studio condotto da Dentsu ha
evidenziato che circa un terzo degli intervistati, durante l’isolamento, ha sfruttato il digitale per connettersi con la famiglia, con gli amici e con il mondo circostante ed una percentuale simile di persone lo ha utilizzato per distrarsi o per acquisire nuove competenze Grazie ad internet la DAD, la Didattica a distanza, pur con i suoi limiti, ha permesso comunque agli studenti di proseguire il percorso di apprendimento ed i lavoratori hanno potuto usufruire dello smart working, letteralmente lavoro agile, cioè una modalità di lavoro non vincolata dagli orari o dal luogo di lavoro. E’ un sistema già usato all’estero, ma che era quasi sconosciuto da noi prima del Covid- 19.

L’incremento dell’ uso della tecnologia, anche da parte di chi non l’aveva mai utilizzata, è il fenomeno più interessante di questo momento storico senza precedenti, ed ha favorito lo sviluppo di cambiamenti culturali, anche tra gli over 50, che sono destinati a rimanere. E’ emerso infatti che due terzi delle persone oltre i 55 anni continueranno a fare acquisti online e che circa sei su dieci continueranno a fruire di contenuti in streaming.

 

Dobbiamo ripensare ad una nuova “normalità”


Non possiamo pensare perciò che la “normalità” possa essere quella di prima. E’ opportuno invece ripensare a quanto sia accaduto, alle risorse che abbiamo saputo mettere in campo ed a quanto ci sia mancato, per ripensare ad  una “normalità” diversa, ad un nuovo modo di vivere, di lavorare, di avere delle  relazioni e di muoverci in un contesto, che purtroppo è ancora sconosciuto. Come tutte le crisi, anche questa generata dal Covid- 19  ha fatto emergere molte criticità e spetta a noi viverla come un’opportunità di cambiamento. È proprio dalle crisi infatti che emerge il meglio di tutti e sono proprio le crisi a favorire lo sviluppo di nuove competenze e di condizioni di vita diverse. L’emergenza in primis ha messo in luce  le criticità dei vari apparati. Il sistema politico ha dimostrato  la carenze di idee e di progettualità, la mancanza  di una  visione per un futuro sostenibile, l’incapacità di prendere provvedimenti strutturali e l’abitudine a rinviare continuamente le decisioni. Nel sistema sanitario il Covid- 19 ha reso più impellenti problemi, comunque già preesistenti, come per esempio, per citarne solo qualcuno, la carenza di medici e di infermieri, il numero basso di terapie intensive, le condizioni deficitarie dei pronto soccorso, il mancato collegamento tra ospedali e presidi territoriali. Il Covid- 19 ha evidenziato inoltre le debolezze del welfare ed un peggioramento delle disuguaglianze sociali, che sono state ulteriormente aggravate dall’epidemia (un terzo degli italiani ha visto peggiorare la salute e quasi la metà degli italiani, il 48%, la situazione finanziaria).
Finito la stato d’emergenza, la politica perciò dovrà ripensare ai vari problemi, che sono emersi dalla crisi, generata dal Covid- 19, nell’ottica di una progettazione di interventi strutturali. 


In tema di politiche urbane il Covid- 19 ha fatto emergere la necessità di avere centri abitativi in grado di rispondere ai cambiamenti improvvisi ed alle nuove esigenze, che sono emerse. Da un’indagine, Arup’s City Living Barometer, condotta su 5000 residenti in cinque grandi città europee, Londra, Parigi, Madrid, Berlino e Milano, emerge che per gli intervistati la qualità della vita è migliore quando i servizi si trovano ad una distanza di 15 minuti a piedi o in bicicletta da casa loro. I risultati dello studio hanno quindi sottolineato l’importanza di prevedere
nelle città moduli più piccoli, con servizi essenziali intorno ai nuclei abitativi. Una tale soluzione ridurrebbe anche il traffico, renderebbe l’aria più pulita e lascerebbe più tempo per la famiglia, per l’aggiornamento o per lo svago. Ciò che gli intervistati avevano gradito di più durante il lockdown erano proprio la riduzione deltraffico (37%) e la cosa più apprezzata, addirittura prima del maggior tempo da dedicare ai bambini (25%), è stata la riduzione dell’inquinamento atmosferico (30%).

Non è casuale che si stanno sviluppando, anche via web, progetti, che rispondono alle nuove esigenze di migliorare gli habitat e gli ambienti di lavoro, di creare degli spazi verdi e di ripensare alla mobilità.
In tema di mobilità si deve soprattutto provvedere al potenziamento del trasporto locale, a partire dalle linee metropolitane. Probabilmente però l’incremento delle corse da solo non basta, se non vengono proposte anche altre modalità, come per esempio la flessibilità dell’ orario per i lavoratori, da  distribuirsi variamente nell'arco della giornata o della settimana o del mese. Finora la flessibilità dell’ orario è stato uno dei benefit più richiesti dai lavoratori, per conciliare il  lavoro con le loro esigenze personali o familiari. Ora invece viene imposta su larga scala dalle nuove esigenze logistiche. La “normalità”, a cui dobbiamo tendere, quindi, deve trovare soluzioni opportune e che diano risultati duraturi.

Sul piano prettamente scientifico la consapevolezza che i meccanismi di selezione rendono più potenti i parassiti ed i virus deve indurre a predisporre un sistema di sorveglianza epidemiologica egenomica, per attuare piani di prevenzione e per mettere a punto nuove medicine, nuove tipologie di vaccini sempre più efficaci e migliorare i test diagnostici.

Il Covid- 19 ha evidenziato inoltre la mancanza di una comunicazione coerente da parte degli scienziati. E’ vero che soprattutto all’inizio della pandemia, non essendoci precedenti evidenze, lavoravano solo su delle ipotesi, ma è anche vero che il più delle volte non hanno informato i
cittadini in modo corretto e trasparente. Forse anche questo comportamento ha creato sfiducia nella maggior parte della gente. Ora perciò si deve creare una  science policy, che manca in Italia e che sia lineare ed efficace, in modo da recuperare quella fiducia, che è essenziale, perché tutti accettino quei comportamenti, che possano scongiurare il ripetersi di nuovi contagi.

Anche se è finito il periodo di emergenza, la consapevolezza che il Covid- 19 è un problema a lungo termine deve spingere i governi e le istituzioni scientifiche a prendere le misure più efficaci per poter convivere con il virus e deve indurre ciascuno di noi a non abbandonare le precauzioni adottate, come il lavarsi le mani con frequenza, mantenere il distanziamento e l’uso delle mascherine in ambienti chiusi ed affollati.

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