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Jane Birkin, cantando sono guarita

A 74 anni "Lady Jane" pubblica un album-confessione

Di Ilaria Solari

A 74 anni appena compiuti, Jane Birkin, cantante, attrice, musa che ha ispirato artisti e registi, canzoni, film e l'accessorio di lusso più quotato e desiderato al mondo: la borsa di Hermès che porta il suo nome, torna a farci sospirare con un album che assomiglia molto a un diario intimo.

S’intitola Oh! Pardon tu dormais (Scusa se stavi dormendo... ) il disco che esce a distanza di 12 anni dall’ultimo album di canzoni inedite: 13 tracce prodotte per Virgin Records con Etienne Daho e Jean-Louis Piérot, che sono l’adattamento musicale dello spettacolo teatrale omonimo (e di un film) scritto dalla Birkin negli anni ’90, integrato da alcuni testi nuovi, composti con Etienne Daho. Un’opera che rappresenta forse il progetto più personale della donna che ha esordito al cinema con una memorabile scena di topless in Blow-Up di Michelangelo Antonioni e nella musica con la hit più scandalosa di sempre: Je t’aime, moi non plus in cui, duettando con quello che sarebbe diventato il suo compagno per almeno dieci anni, il cantautore Serge Gainsburg, simulava in modo esplicito, tra sospiri e rantoli, un rapporto sessuale.

Sensuale e coraggiosa

La voce rauca, sospirata, irriverentemente sospesa, è in fondo la stessa, soprattutto quando si arrampica sulle note più alte, appena increspata da una malinconia lontana. C’è infatti in queste canzoni, una nostalgia prepotente per i momenti più luminosi e leggeri della sua esistenza irrequieta, nella quale “Lady Jane” ha avuto tre figlie da tre compagni diversi. C’è soprattutto il coraggio di lasciare finalmente affiorare pene e dolori mai davvero affrontati. In particolare il lutto per la morte della primogenita Kate, apprezzata fotografa nata dalla relazione col compositore inglese John Barry, caduta in circostanze misteriose, forse un suicidio, dal quarto piano della sua casa parigina nel 2013.

Il concept album nasce proprio da lì: dalla necessità dire in musica una serie di cose alle altre due figlie (l’attrice e musicista Charlotte Gainsburg e Lou Doillon, attrice, musicista e artista) e fare i conti la più grande tragedia della sua vita.

Una storia di fantasmi

Quello di Kate è infatti il più inquieto del fantasmi che si aggirano tra le tracce dell’album: “mia figlia ha fatto un casino (ma fille s’est foutue en l'air), esordisce così la sua voce in Cigarettes, una delle canzoni che alludono alla perdita della primogenita. «Questa cosa, che sembra così oscena da dire, per una madre che ha perso una figlia, è però molto giusta». La canzone, ha confessato Jane Birkin in un’intervista a radio Europe 1, è scaturita in modo fulmineo, da un dettaglio colto durante una tournée: «c'è sempre un innesco inaspettato: ho notato un piccolo set da manicure in una farmacia di Lione. Improvvisamente mi sono ricordata dei suoi piedi di alabastro, di come li curava. Aveva i piedi più belli del mondo». In Ces murs épais, Birkin evoca addirittura un cimitero. «È una poesia sui doni che non potevo più fare a Kate», ha rivelato, «sull'orrore del cimitero, sui fiori lasciati lì in fretta, sul terrore per quello che poteva accadere sottoterra. Il titolo e il ritornello sono di Etienne. Questa collaborazione, che ha dato forma ai miei testi, è stata come una scossa elettrica... Da sola stavo ristagnando, ma insieme l'ispirazione è stata amplificata».

Giochi proibiti

Il ricordo delle figlie diventa una visione più naive e maliziosa in Les jeux interdits: «In questa canzone», ha spiegato Jane Birkin in una lunga serie di note che accompagnano l’edizione dell’album, «ho rievocato la storia delle mie figlie, così ispirate dal film omonimo che da piccole hanno seppellito qualsiasi cosa, con riti solenni: anche l'arrosto della domenica! Giocavano spesso nel piccolo cimitero accanto alla nostra casa in Normandia e hanno scambiato di tutto sulle tombe. Per ragioni di giustizia, i più ricchi venivano espropriati a favore delle tombe più modeste. Le targhe, le viole del pensiero di porcellana, tutto era confuso: una targa a "Nostra cara zia" è stata posta su un'altra tomba generando non poco sgomento tra la gente del posto». 

Rimorsi e sensi di colpa

Parla di spettri anche Ghosts: «per la prima volta ho scritto in inglese su questo pezzo di Jean-Louis ed Etienne che tanto mi ha ricordato un paesaggio di Gustave Doré. Una figura addormentata che libera i suoi fantasmi, che scivolano via e volano via su ali di pipistrello, una litania: nonni, genitori, figlie, nipoti, mariti, amici, cani, gatti, tutti come i fantasmi di Fantasia, il film Disney». Max è invece un monologo pieno di sensi di colpa. Rimorsi che tornano a tormentarci: «Diciamo sempre che quando moriamo c'è solo un nome inciso nei nostri cuori, quello del nostro unico vero amore... ma poi penso che potrebbe essere stato un amore sofferto a cui non abbiamo mostrato pietà. Ho conosciuto un uomo molto tempo fa, un tecnico cinematografico. Eravamo in una discoteca per una festa di fine film. La musica era molto alta e gli ho detto che avrei voluto vedere il viso della sua fidanzata. Non capiva, così ho urlato. Ha preso una foto dalla sua giacca, ma era buio e non si vedeva bene. Gli ho chiesto: “chi è? ", e lui: "è l'uomo che ho ucciso!". Questo è ciò che teneva nel portafogli, vicino al cuore. L’immagine insopportabile del giovane che aveva ammazzato in Algeria a vent'anni».

Pazza di gelosia

Il passato sentimentale burrascoso torna a pungere Jane in Bang tu m’a touchée. «È il lamento dolente di una ragazza stanca degli artifici dell'amore, delle infedeltà, dei sospetti, del travestirsi per essere seducenti, del sarcasmo. Sono ricordi dolorosi di una che è stata rinchiusa in un ruolo per anni, invitata a sparire, a chiudere la bocca: alla fine non ce la fa più». Mentre Ma maladie envers toi parla di gelosia: «Proviene direttamente dal mio diario. Ero riluttante a pubblicarla e quasi l'ho cancellata, era un'ammissione così terrificante, ma era ben espressa, quindi l'ho lasciata. A Etienne è piaciuta molto! Voleva trasformarla in una canzone e l'ha adattata alle musiche di Jean-Louis. I testi evocano una frenesia, una sorta di follia, ma ho scoperto che questa corrisponde perfettamente alla malattia dell'amore, alla passione, al desiderio di possesso che fallisce. Illustra perfettamente questo stato, questa esaltazione che ho conosciuto così bene, ma che oggi sembra così distante, come se fosse la storia di un’altra. Ora posso riviverla, per la lunghezza di una canzone».

Amanti, come vi invidio

E insieme ai ricordi di una vita intensa si fa palpabile anche la delusione di sentirsene ormai ai margini Ta Sentinelle rievoca «l'amarezza provocata da un colpo di fulmine. I primi spasmi d'amore, così miracolosi ma che, come uno sprint di cento metri, non possono andare lontano. Uno sguardo malinconico, quasi invidioso, agli innamorati che si abbracciano sotto l'arco, senza perdere un secondo, perdendo se stessi l'uno nell'altro... l'erotismo di movimenti fugaci, segreti, questo stato benedetto e questa visione, a cui nessuno può rimanere indifferente... Gelosa di questi amanti, la protagonista urla nella sua testa "comme je vous envie (come vi invidio)", piange il desiderio perduto, la passione svanita, "Tous ces amants me rendent malade” (Tutti questi amanti mi fanno ammalare!), implora "juste un baiser, comme dans le temps” (solo un bacio, come ai vecchi tempi)».

Via, in punta di piedi

Catch me if you can è stata invece scritta «in Bretagna, quando mi sono ritrovata da sola l'estate scorsa. La musica, composta da Jean-Louis, annuncia una caduta, stavo cercando di scrivere su questo argomento, ma sono rimasta ossessionata da queste parole: "guarda sto cadendo... prendimi se puoi". Mi ha ricordato un post-it che Kate aveva attaccato sul suo diario, su cui era scritto "felice come Ulisse tra i suoi genitori": ai tempi il suo desiderio di essere finalmente a casa per essere protetta, sana e salva, mi dava fastidio, suppongo fosse quello che voleva, forse quello che vogliamo tutti alla fine. Ho scritto come se fossi lei. L'ultimo suo ricordo che ho è a un cocktail party dopo il mio concerto a Châtelet. Era lì, vicino al pianoforte, a un certo punto se ne è andata e tutti hanno preso a parlare di lei. Ognuno aveva un'opinione diversa su ciò che aveva detto quella sera, come si era comportata... L’ho immaginata che ci lasciava in punta di piedi, lì, congelati nel tempo, come statue».

Sono tante le immagini, i ricordi e le ferite che la collaborazione con Etienne Daho e Jean-Louis Piérot, e questo album, hanno rievocato. E forse un po’ guarito, ammette Birkin: «Per un attimo sono andata nel panico, quando ho capito che il nostro concept album era finito. Mi ha salvato da una vecchia ferita, mi ha liberato dalla malinconia e dall'inerzia. Abbiamo dato tutto, preso tutto e sono ancora sbalordita da ciò che noi tre abbiamo creato. Abbiamo dato vita a questa cosa... e ciò mi commuove».

Se la voce raffinata di Jane Birkin vi seduce, continuate ad ascoltarla

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