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L’estate in un jukebox: gli anni del Festivalbar

Quando un gettone poteva cambiare una stagione

Di Davide Sechi

Canzoni come cartoline, strofe, ponti e ritornelli come album di fotografie, ricordi indelebili gustati come gelati rinfrescanti a bordo piscina, girotondi infiniti di cantanti  e braccia protese nel tentativo di toccarli, di fare parte di una storia bruciante, repentina, sempre pronta a voltare pagina, eppure ogni volta cristallizzata nei ricordi, nelle malinconie, nelle nostalgie, nei come eravamo. Non c’è niente di meglio di una canzone per sancire l’importanza di un momento, il carisma di una stagione del cuore. L’aveva capito Vittorio Salvetti, un cremonese da sempre avvinto dall’abbraccio tra scioglilingua e spartiti: irrefrenabile, creò il Musicaneve, l’Azzurro che sapeva di mare e di trionfi sportivi, fu persino patron di qualche edizione di Sanremo e, soprattutto e tutti, edificò la leggenda del Festivalbar, l’albergo delle sette note sempre esaurito durante l’adorata canicola.

Festivalbar: il successo parte dal jukebox

Partì giovane e deciso, forte dell’energia donatagli dall’anagrafe e nel 1964 il format era pronto: una manifestazione legata ai bar, locali in cui erano presenti i jukebox, uno dei primi retaggi del rock'n’roll ormai declinate. Un gettone poteva cambiare tutto, poteva rendere immortale chiunque, determinare lo scorrere degli accadimenti estivi e anche oltre, una sorta di proto Auditel: la canzone con più ‘gettonature’ trionfava in un mare di champagne, ma andava bene anche la gazzosa. La Rai se ne accorse e, tempo due anni, il Festivalbar era tra i protagonisti del palinsesto, in diretta da Asiago, con un paio di puntate episodiche a Milano e a Salice Terme. Fino a che non trovò la sua dimora: era il 1975 e si aprirono le porte dell’Arena di Verona e lì Salvetti divenne il re. Entusiasta, sempre cortese, mai una parola fuori posto, propositivo senza mai e poi mai apparire nelle vesti di esperto; nessuno lo pretendeva, bastava il suo doppiopetto e il sorriso che pareva senza confini. Ma lui conosceva bene anche l’arte dell’anticipo…

Festivalbar: una compilation continua targata anni 80

A un certo punto, il Festivalbar divenne un compagno sempre a portata di mano, discreto ma pronto a caricare l’ambiente. Benedetti eighties che, tra le mille avventure, resero immortali le compilation, solitamente di giallorosso vestite, in versione vinilica ma ancora di più in doppia cassetta per interminabili traversate automobilistiche: mille panorami incorniciati da un cruscotto e da decine di canzoni, neo panacee in attesa di mari o monti e ancora fino al ritorno a casa e pure oltre, sostituite per affanno e stanchezza solo dalle Canzoni per l’Inverno 1, 2 e 3. Nel mentre il Festivalbar era diventato altro, ma sempre nel solco della tradizione salvettiana, solo rimodellata in chiave berlusconiana. E quindi, dopo l’iconica scivolata di  Loredana “Non sono una signora” Bertè, trionfatrice mundial del 1982, il carrozzone divenne sempre più itinerante ma trasmesso dalle reti Finivest, fino al grande finale veronese e gli applausi divennero assordanti anche perché amplificati con grande maestria da Silvio. L’era del consenso a tutti i costi, ma intanto le canzoni non perdevano un’oncia del loro fascino e i divi diventavano re: dal biascicante Vasco in bollicine alla finta sposa Loredana, dal Raf internazionale a quello autarchico, da Scialpi rackenrole in mutande e catene al sobrio sacerdote di preghiere sensuali. Un vero romanzo popolare, anzi un fotoromanzo per citare la Gianna Nannini.

 

Cala il sipario sul Festivalbar

Ma poi arrivarono i 90 e le mani pulite, le filastrocche non si placarono, tra "Lorenzo" e "Max", ma parvero ripetersi, come la magia che sembrava riguardare più i presentatori degli stessi artisti. Stagioni che mutano i loro eroi, che inventano nuove forme di spettacolo e così, quando Salvetti si ammalò, il contenitore proseguì sconsolato per un altro decennio, fino a che chiuse per mancanza di fondi. Erano finiti i gettoni.

Ricordando qualche pietra miliare del Festivalbar

Adamo- Affida un lacrima al vento – 1968

Nella prima stagione simbolo della ribellione giovanile, Adamo se ne infischia e vince con una ninna-nanna accelerata e un po’ stralunata, ben ancorata ai sessanta e alla tradizione nazionale eppure protesa verso un possibile futuro, magari quello di Morgan e delle Canzoni dell’Appartamento

Chrisma – Amore  - 1976

Maurizio Arcieri, ex sex symbol da primi poster adolescenziali, già leader dei New Dada, celebri per aver aperto per i Beatles nell’unica puntata italica, incontra una fan, Cristina Moser, quasi troppo bella per essere vera, la sposa e con lei forma un duo che riscriverà le coordinate della musica elettronica mondiale. Prima però un debutto in salsa soft porno, folle, tribale e gainsbourgiano

El Pasador - Amada mia, Amore mio – 1977

Paolo Zavalloni da Riccione di tormentoni se ne intende per questioni culturali-geografiche ma attende i 45 anni per cambiare identità, diventare El Pasador e lanciare una disco hit baritonale e mondiale ironicamente sexy

Umberto Tozzi – Notte Rosa – 1981

Umberto da Torino che, partito da sogni di Gloria, ha conquistato il mondo sul serio, inaugura gli anni 80 con un aggiornamento del tema relazione finita/gelosia/chissà con chi sei, in un crescendo epico e scintillante di oltre sette minuti che vorresti non finissero mai “Notte rosa sembra esplosa per telefono no la voglia di te è benzina che incendia il motore ore ore a far l’amore io e te… Notte rosa dimmi chi ti ha presa… “

Franco Simone – Sogno Nella Galleria – 1982

Il cantautore pugliese firma un successo colpevolmente mancato, dai contorni ambiziosi e freudiani, incorniciato da un incalzante synth pop rock dai connotati internazionali. “Piazza affollata, tutti a guardare me Sono nudo, ho vergogna e scappo via… Vedo un riflesso ma non sono quello lì Erano più chiari gli occhi miei…

Ron – Anima – 1982

Il timido Rosalino nella sua (vana) rincorsa al modello di sempre, James Taylor, firma un piccolo-grande capolavoro di introspezione mascherato da love song. Parole e suoni sono un manifesto dell’epoca, eppure non invecchiano mai.

Luca Carboni – Ci stiamo sbagliando – 1984

E all’improvviso, un nuovo eroe generazionale, o almeno pare, vediamo come va… Andrà. L’incipit però già dice tutto, in bilico tra malinconia e divertimento, tra pause e accelerazioni e qualche omaggio al primo Vasco

Steve Rogers Band – Alzati la Gonna – 1988

Vasco e dintorni, Massimo (Riva) e Maurizio (Solieri) sbattono la porta e firmano una canzonaccia che oggi rischierebbe la denuncia, non solo popolare. Il boss all’epoca fu diplomatico e ammise che il testo era perlomeno rivedibile

Raf – Ti pretendo -1989

Smettere di chiedere cosa resterà degli anni 80, perdere definitivamente il self control e pretendere senza se e senza ma. Non ti voglio, ti pretendo! Un tormentone in bilico tra George Michael e Rick Astley.

Avete nostalgia dei jukebox di un tempo? Niente paura, i vinili sono sempre a portata di mano e di orecchie!

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