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Carlo Basile, un manager rock

Il famoso promoter si racconta in un libro

Di Davide Sechi

L’Italia del boom, della rinascita, delle possibilità che paiono infinite, dei nuovi nuclei familiari, delle rinnovate sicurezze come, per esempio, un bel posto in banca. Carlo Basile è pronto e si prende il posto nell’istituto bancario, la Banca di Sicilia. È bravo, ma la mente vaga volentieri altrove: la musica, il rock’n roll, la ricerca del 45 giri d’importazione. Una buona storia, molto comune, tra lavoro e hobby. Se solo non si considerasse la presenza della signora Basile. Grazie alla lungimirante figura materna che, si sa, tutto conosce, tutto capisce, Carlo diventa Basile.

La rinascita

Nel 1969 si trasforma in manager delle promozioni presso la sede di Roma della Emi. Dal 1972 al 1989 lavora come International A&R Manager presso la sede della Rca Italiana, in seguito RCA/Bmg, responsabile di tutto il repertorio internazionale per l’Italia di RCA/Arista ma anche di tutte le distribuite internazionali (Chrysalis, Stiff, Sire, Chiswick, Motown). Basile, che oggi vive nelle Filippine, in un’estate eterna, ha deciso di raccogliere le sue memorie all’interno di un tomo consistente, oltre mezzo migliaio di pagine, suddiviso in volumi ed edito dalla Marmot Publishing: “Carlo, You Rock!” . All’interno vizi e pubbliche virtù della crema pop rock: da Hendrix a Bowie, dai Pink Floyd agli Who.


W la mamma?


Fu lei a scoprire l’annuncio di una casa discografica che, guarda un po’, altri non era che la EMI. Era anche il 1968, c’era un’aria nuova in giro. Il manager con il quale feci il colloquio era Eraldo Di Vita, io ci misi del mio e citai due nascenti pesi massimi della comunicazione nazionale, ossia Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, che frequentavo in feste varie.

Un vero e proprio passpartout…


Credo di sì, perché fummo in 39 a presentarci e fui io a essere scelto. Certo, rischiai molto, in sede di prima chiacchiera, ma dimostrai la mia intraprendenza. Anche all’epoca suppongo che in un simile ambito la lingua inglese fosse perlomeno caldeggiata. Ovviamente sì. Io la imparai all’estero, mi recai a Londra e vi sostai e lavorai. Quindi, al succitato colloquio ci arrivai pronto anche sotto quel punto di vista. Mi dilettavo anche nella lettura costruttiva di riviste quali Cashbox e Billboard, che arrivavano a Roma su importazione, ma anche Hit Parader che, al suo interno, conteneva tutti i testi delle canzoni in classifica.


Da lì cominciò a decollare la carriera di Carlo Basile...

Grazie a un amico che aveva una casa editrice, progettammo e ideammo una rivista in formato tabloid, tra musica e comix, si chiamava OffSide. Un buon pulpito per iniziare a raccontare la nuova musica popolare: che accadde a Roma, sempre nel 1968...

...quando arrivò Jimi Hendrix?


Arrivò e fece quattro concerti, due pomeridiani e due serali al Brancaccio. Esibizioni micidiali, trascinanti, nonostante qualche problema di ordine elettrico. Fui proprio io il primo in Italia a scrivere delle gesta on stage di Jimi. Una sera lo caricai sulla mia 500 e corremmo verso il Titan Club, lui imbracciò un basso e suonò insieme ai Folks. Era una ragazzo, non voleva vedere Roma o i monumenti, voleva vivere, suonare, vedere gente. Mi disse: “Portami in un club”.


All’inizio degli anni 70 parte l’avventura in EMI, i primi ricordi?


Rimasi in Emi per due anni, lavorai con grande soddisfazione insieme a i Grand Funk Railroad e agli Humble Pie di Steve Marriot e Peter Frampton (che poi nel 1976 sbancò le classifiche americane con il celebre live iconico “Frampton Comes Alive”, ndr). Nel 1973, i Deep Purple, ormai star in tutto il globo, vennero a Roma a registrare il loro “Who Do We Think We Are” , l’album contenente “Women From Tokyo”. Li facemmo alloggiare in una villa. Erano ai ferri corti e alla fine di quell’anno Ian Gillan e Roger Glover furono fatti fuori. Ritchie Blackmore era sempre ombroso, gli altri molto simpatici. Nel 1972 fui tra i pochi fortunati ad assistere all’esibizione dei Pink Floyd a Pompei. Feci gli onori di casa insieme a Giorgio Verdelli. Fu un’esperienza bellissima, nonostante il costante borbottio di Roger Waters che aveva sempre qualcosa da ridire. I Pink Floyd li avevo visti in occasione del loro debutto italiano, nei tardi anni 60, al Piper. Erano tutti reduci da studi scolastici, si capiva. Si notava la differenza tra loro e, che so, Joe Cocker, che era un minatore».


Arbore e Boncompagni colpirono di nuovo, è così?


Un giorno, durante Alto Gradimento, la loro trasmissione radio, mi permisi di levare dal piatto Battisti e misi su “Strange Kind Of Women”, celebre brano di Deep Purple. Arbore rimase colpito e da lì nacque il legame tra me e la Rai: avevo carta bianca. Boncompagni mi presentò Francesco Fanti della RCA, casa discografica che fece la mia fortuna. C’è da dire che Gianni non faceva nulla per niente e al tempo in RCA c’era la sua fidanzata, Raffaella Carrà… In RCA mi chiesero: con chi vuoi lavorare? E io: con David Bowie! Ah, con il frocetto?!, ribattè un dirigente.


Intanto, il nome di Basile cominciava a girare sempre di più


Il manager dei Pink Floyd, Steve O’Rourke, chiese alla Emi dove mi fossi cacciato, gli raccontarono del mio trasferimento in RCA, lui mi chiamò e mi propose i Pink Floyd controllati per il mercato italiano, per una cifra intorno ai 60 milioni di lire a disco. Ma la RCA non ci credette, peccato per loro e per me: non più tardi di  4 mesi dopo sarebbe uscito “Dark Side Of The Moon”. Da quel momento, non ebbi più alcun rifiuto in RCA e passai da Bowie a Lou Reed, ma anche agli Who, al cui manager proposi un contratto da 20.000 dollari a disco e andò molto bene.

Com’era Bowie negli anni 70?

Gentile, istruito, amichevole. Affittammo per lui e per il suo gruppo una villa a Bracciano in provincia di Roma, che all’epoca era al centro di tutto. Lui aveva bisogno di ricaricare le batterie e di iniziare i lavori per quello che sarebbe diventato “Aladdin Sane” . Girava tantissima cocaina e il gruppo non era presente a se stesso. Un grande personaggio era il suo chitarrista e alter ego, Mick Ronson: “Fammi vedere la Dolce Vita, Carlo”. E io: “Ma è finita dieci anni fa!!”, ma alla fine ci divertimmo lo stesso. Dieci anni dopo, la EMI, guarda un po’, fresca neo etichetta di Bowie, organizzò al Piper di Roma la presentazione di “Let’s Dance”. Durante la conferenza, qualcuno chiese al Duca Bianco se avesse qualche amico in Italia e lui, di fronte a tutti, rispose: “Sì, Carlo Basile”, mi individuò in mezzo al pubblico e mi abbracciò, con mia grande sorpresa.


E Lou Reed?


Fummo amici, ma mi fece passare le pene dell’inferno. Per la promozione di “Blue Mask” mi volle addirittura come promoter in giro per tutta Europa. Il nostro rapporto era nato durante lo sciagurato tour italiano di qualche anno prima, in pieni 70, quando il suo palco fu assalito da un pubblico inferocito, anche dal suo abbigliamento decadente nazista. Ci riparammo in un camerino, noi due, e lui spaccò tutto per la rabbia. E continuava a chiedermi? “Perché? Perché?. E io: “Perché sei uscito vestito da nazista! E lui: “Ma se sono ebreo!!!”. Negli anni 70 era un tipo strano, un tossico. A Torino, non si reggeva in piedi, sfatto di eroina, temevo la figuraccia, invece sul palco si riprese e fece una grande esibizione. I tempi però cambiano e nel 1993, di nuovo con i Velvet Underground, fu distaccato e mi scrisse una dedica, “A Paolo”… Uno molto carino, anche se veramente stravagante e molto tossico, era Iggy Pop . Una volta lo raggiunsi in un hotel e capii che era drogatissimo eppure fu cortesissimo.


Altri personaggi?


Al Stewart, sembrava una persona dolce, ma era un depresso cronico. Il bluesman irlandese Rory Gallagher, a cui sono stato legato da amicizia fraterna, fino alla scomparsa dovuta a problemi di alcol. Neanche lui aveva capito di essere un alcolizzato. Fui in prima fila per la definitiva esplosione nazionale degli Spandau Ballet, al Festival di Sanremo del 1985. Subito dopo organizzammo un tour che fu un successo strepitoso. Anche loro simpatizzanti della polvere bianca. E poi, Billy Idol! Un grande, ma troppo preso dalla cocaina. Nel 1987, il management mi chiese di trovargli la roba, perché a Londra aveva sfasciato tutto e io eseguii, rischiando non poco. Lui girava con una guardia del corpo che non voleva vedere sostanze stupefacenti. Io diedi l’assoluta assicurazione che non ci sarebbero stati problemi, così la feci sparire, Billy perse la testa, mi colpì, io risposi e gli feci male, si scatenò la rissa, con minacce di morte. Tempo prima, a Roma era stato perquisito, con lui che assicurava di essere pulito, ma poi, togliendosi gli stivali, un “tocco” di fumo saltò fuori, non so come ma feci in modo che i carabinieri non si accorgessero di nulla. Nel tempo si è scusato e ancora oggi mi manda gli auguri di Natale. Nel 1984, fui io a scegliere “Eyes Without a
Face” come singolo di lancio per il mercato italiano e fu la svolta.


I preferiti di Carlo Basile?


I Free, Bowie, Jerry Lee Lewis, gli Stranglers. I miei dischi da Isola Deserta sono: “Rock ‘n Roll” di Lou Reed, “Who’s Next” degli Who, sono ancora molto amico di Pete Townshend, “BeckOla” di Jeff Beck, il primo dei Pretenders, un live degli Stranglers.

 

Pronti a riascoltare tutti questi miti della musica rock?

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