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L’Italia degli anni 70 e il rock in 10 gruppi leggendari

Tra spaghetti, arie medievali, tradizione operistica e irriverenza punk, anni 70 sempre attuali

Di Davide Sechi

Gli anni 70 della canzone italiana sono suddivisi in due parti: il cantautorato, che deve essere impegnato, pena l’esilio nel girone degli inutili, e il gruppo rock dedito più che volentieri al concept album, virtuoso e mai sciocco. Il tutto, mentre sotto i palchi, e non solo, infuriano le contestazioni, gli incidenti e le botte. Ma c’è sempre qualche mosca bianca, nonché il mutare delle stagioni e dei gusti e, nella seconda metà del decennio più controverso, innovativo e fosco, non pochi rimangono spiazzati. Ecco, allora, dieci storie di gruppi musicali degli anni 70 da ricordare, da riapprocciare oppure da conoscere.

Premiata Forneria Marconi

Milano 1964, Franz di Cioccio, batterista di origine marchigiane guida con piglio e entusiasmo un complesso chiamato Black Devils ma, d’un tratto, si imbatte, lui guascone futuro esagitato, in Franco Mussida, gigante buono, pacato nonché chitarrista dalle doti sorprendenti. Ci pensano su e, in giro di cinque minuti, decidono di proseguire insieme. Una sera incontrano Giorgio Piazza a cui piace suonare il basso, cambiano nome e diventano i Quelli e accolgono Flavio Premoli che, si vocifera, sia il fisarmonicista più veloce della zona di Varese. Imbroccano anche un successo, “Una bambolina che fa no no no” e, per un po’ di tempo, fanno cantare un amico, Teo Teocoli. Diventano talmente quotati da accompagnare De Andrè e Battisti. Intanto, gli anni 70 fanno capolino e dall’Inghilterra dei Beatles cominciano a risuonare le note dell’art rock, delle atmosfere sinfoniche prestate alla musica popolare, esplodono le aree medievali dei King Crimson, inizia l’era del progressive rock e bussa alla porta Mauro Pagani, violinista, flautista, è la svolta definitiva. Il 1972 è appena iniziato e nelle radio si sente risuonare il moog riff di “Impressioni di Settembre”, parole di Mogol, crescendo solenne ed emozionante. Questioni di attimi, anzi “Storia di un Minuto” ed è subito la vetta delle classifiche. Doppiano quasi subito con “Per un amico”. Sono idoli e lo stivale sembra andare loro già stretto. Così gli album vengono incisi anche in versione anglofona e la Premiata diventa PFM e, per qualche tempo, accarezza il sogno di imporsi all’estero. Ma nel 1975 commettono un errore strategico: rilasciano “Chocolate Kings” e si prendono gioco dei costumi americani. In più, appoggiano la causa palestinese e gli States se la legano al dito e voltano loro le spalle. Peccato, anzi meno male, perché con “Jet Lag” mascherano i giramenti di testa con un jazz mediterraneo morbidissimo e poi tornano definitivamente in Italia con il capolavoro “Passpartù”: testi paradossali, pop di altissimo livello, cori strabilianti, produzione scintillante, leziosità da pomeriggi anni 70. Chiudono il decennio con un memorabile tour come band a supporto di De Andrè, a cui riscrivono tutti gli arrangiamenti.

Area

Un ragazzone di origine greca, nato ad Alessandria d’Egitto e poi cittadino cipriota, decide di tentare fortuna nell’Italia del boom: si trasferisce a Milano, si iscrive alla facoltà di architettura del Politecnico e si diletta a cantare nelle balere. Una sera viene avvicinato da una complesso beat che lo scambia per un inglese, ma lui si rivolge a loro con una cadenza che profuma di romagnolo,  diventa il loro vocalist: lui è il futuro Demetrio Stratos, loro sono i Ribelli e in breve tempo dai jukebox comincia a risuonare “Pugni Chiusi”. La voce possente, soul e autorevole fa breccia, ma serve dell’altro. Demetrio incontra Giulio Capiozzo, batterista prodigioso. Sarà poi la volta del giovane e già arrabbiatissimo pianista-tastierista funambolico Patrizio Fariselli e del bassista Patrick Djvas: nascono gli Area, che accolgono il chitarrista sperimentale Paolo Tofani, appena tornato dalla Gran Bretagna. È uno dei progetti più oltranzisti, antagonisti, ostici eppure liberatori della musica popolare nazionale: virtuosismo strumentale, richiami world, spinta jazz, furore politico. Dietro di loro la macchina della Cramps, casa discografica guidata dall’art director situazionista Gianni Sassi, inventore del primo Battiato e curatore della strategia e delle parole. Il debutto spaventa, anche perché si intitola “Arbeit Macht Frei”, ossia “Il lavoro rende liberi”, il sarcastico motto impresso sopra i cancelli di Auschwitz. Vengono scambiati per nazisti nell’Italia degli anni 70 che sta diventando una polveriera, ma ovviamente sono l’esatto opposto e così diventano il gruppo simbolo della sinistra extraparlamentare. A un certo punto, si inventano un concept su un futuro in cui la coscienza umana viene cancellata (Maledetti, 1976). Demetrio si accorge di avere un dono e comincia a sperimentare le diplofonie e le triplofonie e poi le insegna pure. Concludono la loro parabola al cospetto di Caterina Caselli, appena in tempo, perché Stratos muore a New York e il giorno stesso all’Arena di Milano accorrono in 70.000 per tributargli l’ultimo abbraccio. È il 14 giugno del 1979.

Banco Del Mutuo Soccorso

Immaginifici, sognanti, morbidi, orchestrali, affascinanti, ma anche concreti, duri anche se in maniera poetica, come testimonia “Io Sono Nato Libero”, in memoria del golpe in Cile, nel 1973. Tra copertine iconiche a forma di salvadanaio, teorie evolutive, la corporatura fiabesca di Francesco Di Giacomo e la sua ugola dolcissima, le tastiere dei fratelli Nocenzi. Provano a seguire le orme della PFM e volano all’estero, ma sono troppo italiani, ripiegano sullo Stivale e contribuiscono alla riscrittura della canzone popolare nazionale che culmina con “Canto di Primavera”, chiusura degli anni 70 e nuovo abbrivio.

Orme

All’inizio si fanno chiame Ombre, tra le calli di Venezia, poi diventano Orme. Sono legatissimi all’evoluzione della forma canzone italiana, ma si trovano a dare l’impulso definitivo alla svolta sinfonica che sta cominciando a imperversare nella UK post Beatles. È loro il primo album italiano definito progressive, tra lunghi viaggi tastieristici, le interpretazioni solenni di Aldo Tagliapietra, la compattezza di un trio che rifugge le classiche traiettorie rock. Nel 1973 pubblicano il 45 giri “Gioco di Bimba” che, nonostante (e forse proprio per questo) l’aria inquietante, si trasforma in un tormentone. Volano a Londra, entrano in contatto con Emerson Lake & Palmer, si appoggiano a Peter Hammil dei VGG, che li traduce in inglese, proseguono nonostante l’epoca del pop barocco vada a terminare, sperimentano con la musica da camera e vi approdano in maniera inaspettata con “Florian”, proprio in coda agli anni 70, sette arie per clavicembalo, violino, violoncello, pianoforte e mandola.

New Trolls

Da Genova, con il binomio spesso polemico De Scalzi / Di Paolo, i classici due galli nel pollaio, con l’amichevole vicinanza di Fabrizio De Andrè che scrive con loro “Senza Orario, Senza Bandiera”, primo concept (sul post boom) album del rock italiano, non ancora barocco, che invece arriverà in maniera plateale con “Concerto Grosso”, scritto da Luis Bacalov ed eseguito con partecipazione dal complesso. Progressivo anche il ritorno verso certi lidi pop, culminati con la leggendaria “Quella Carezza della Sera”, manifesto del nascente riflusso e cheek to cheek obbligato nelle feste di compleanno di fine anni 70.

Osanna

Da Napoli con furore. Il gruppo di Elio D’Anna, Danilo Rustici e Lino Vairetti inventa una strada avventurosa tra entroterra partenopeo e strumentazione elettrica. Con “L’Uomo” manifesta una scrittura rock aggressiva, autoctona e non sinfonica, con “Palepoli” racconta la Napoli antica in tre atti che non hanno eguali nel mondo. Sovente mascherati, molto intensi, si spostano verso un jazz rock intinto di napoletanità in “Suddance” e, sul finire dei 70, anticipano certe tensioni di Pino Daniele.

Pooh

Nell’Italia anni 70 iper politicizzata, ideologica, dei pugni chiusi, della tensione, dell’impegno, sociale ma anche musicale, quattro moschettieri dei buoni sentimenti, attenti alla descrizione del classico tran tran giornaliero, cominciano a spopolare. Facchinetti, Battaglia, D’Orazio e Fogli approdano al loro primo acme con “Alessandra”, è il 1972, Riccardo fa i bagagli e arriva Red Canzian. I Pooh si spostano verso la sinfonia con Parsifal, poi perfezionano la loro arte casalinga, sbeffeggiati e adorati, e erigono uno degli esempi più fulgidi di pop radiofonico, sempre molto personale e caratteristico che raggiunge l’apice con “Io Sono Vivo”, 45 giri che impazza nel 1979, testimonianza di resistenza e preparazione del sole anni 80 ormai prossimo.

Squallor

Grotteschi, espliciti, maleducati, irriverenti, scostumati, iconici, ironici, trasgressivi, epocali. Lo squallore degli Squallor, i giochi di parole che vanno oltre il buongusto, che attirano l’attenzione, le mani nei capelli, la risata facile, l’incredulità. Un progetto ideato e nato sotto l’egida di discografici in vena di simpatiche ripicche, Daniele Pace, Totò Savio, Giancarlo Bigazzi (che scriveva tutte le parole) e Alfredo Cerruti. Appoggiati dalla premiata ditta Boncompagni/Arbore, approdati al cinema e pure in tv, ovviamente all’interno di “Indietro Tutta”, pagano il torpiloquio e non vengono quasi mai ammessi sulle frequenze medie, ma di fatto anticipano l’era social media, grazie a un passa parola generalizzato. Situazionisti a modo loro, sono stati i Monty Python dell’Italia anni 70.

Skiantos

Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, in una parola DAMS, ossia come sublimare i propri interessi culturali, studiando le regole per poi buttarle via così da inventare il nuovo. Che è uno skianto(s). E mentre in Inghilterra si urla il punk, nell’Italia degli anni 70 il corrispettivo è demente, ride di norme, steccati, consuetudini, è tutto fuorché scemo e anzi si abbevera alle fonti della multiculturalità. Roberto Antoni, detto Freak, chiama a raccolta il Dandy Bestia, anche detto Fabio Testoni e crea un guazzabuglio ragionatissimo di rock blues dilettantesco, con gli Stones in mente e i Beatles nel cuore. Gli Skiantos diventano la voce della nuova arte decadente bolognese, tra Andrea Pazienza e Stefano Tamburini, un’epopea destinata a finire in tragedia. In mezzo, ovviamente, le sbarbine.

Chrisma

L’ex idolo delle teenager anni 60, Maurizio Arcieri, leader dei New Dada che aprono per i Beatles, nel mitologico tour italiano del 1965, negli anni 70 tenta la strada autoriale, ma poi incontra una giovane fan, Cristina Moser, estremamente giovane ma troppo bella e intraprendente e mette su un connubio sentimentale e professionale. Dopo un primo tentativo, modello jukebox per l’estate 1976, eccessivo e stralunato per i canoni anni 70 nazionali, mollano gli ormeggi e rivoltano di sana pianta l’arte pop, non solo quella italiana. “Chinese Restaurant” è uno dei debutti più fulminanti del post punk internazionale e scrive una parte consistente del nuovo manuale della musica popolare elettronica. Il raddoppio, “Hibernation”, rilasciato due anni dopo, sul finire dei 70, è il capolavoro electro new romantico, provocatore e tremendamente affascinante e "Aurora B.", un video singolo che sembra girato dieci anni dopo.

Nostalgia di pugni chiusi, Internazionale e radio libere? In un libro il racconto di quegi anni 70

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