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Tutto quello che c’è da sapere sulla Quota 102

Quando andare in pensione? Il metodo basato sugli anni di contributi

Di Luigi Dell'Olio

Siamo entrati nell’ultimo dei tre anni di applicazione di “Quota 100”, misura introdotta dal primo Governo Conte per favorire il prepensionamento dei lavoratori. Fino al 31 dicembre 2021 scatterà il diritto alla quiescenza per chi avrà maturato almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi. Dopo di che, senza interventi, si tornerebbe alle regole della Legge Fornero, che darebbero vita a uno scalone (termine che indica la mancanza di progressività) di 5 anni per chi non maturerà quei requisiti entro fine anno.

Dopo la quota 100

Il tempo stringe, quindi, per mettere a punto una riforma che eviti il brusco ritorno (in questi casi si parla di “scalone” a indicare la scarsa progressività) alla normativa che prevede minimo 42 anni e 10 mesi di contributi previdenziali per gli uomini, 41 anni e 10 mesi per le donne oppure 67 anni per la pensione di vecchiaia per tutti.

Di certo c’è che il Governo e le parti sociali sono da tempo al lavoro per trovare una soluzione, anche se al momento mancano certezze.



Verso quota 102?

L’ipotesi più gettonata prima della caduta del Governo Conte II prevedeva di confermare i 38 anni di contributi, ma con 64 anni di età per usufruire del pensionamento anticipato. Ed è per questo che è stata coniata l’espressione Quota 102, il risultato che si ottiene sommando i due numeri. L’ipotesi ha già incontrato diverse critiche dal fronte sindacale (ad esempio andrebbe a penalizzare chi ha avuto carriere discontinue), ma al momento sembra l’unica in grado di ridurre lo scalone, senza costi eccessivi per le casse pubbliche. Si passerebbe, infatti, da 8,7 miliardi di extra-costi di Quota 100 per quest’anno a circa 4 miliardi della nuova soluzione, che dovrebbe prevedere l’adozione integrale del metodo di calcolo contributivo almeno sugli anni mancanti al raggiungimento della soglia di vecchiaia dei 67 anni. La penalizzazione sull’assegno pensionistico sarebbe del 2,8-3% per ogni anno d’anticipo.



Le eccezioni alla norma

Al momento dell’introduzione di Quota 100, l’obiettivo indicato dal primo Governo Conte era stato di passare – alla fine della misura transitoria – a quota 41 per tutti. Un numero che sta a indicare gli anni minimi di contribuzione, con l’età anagrafica che non avrebbe più assunto il rilievo. Tuttavia con il tempo questa ipotesi ha perso consistenza, dato che la sua attuazione sarebbe molto onerosa per lo Stato, che già viaggia verso il record del 160% nel rapporto tra debito e Pil alla luce della recessione che stiamo attraversando e delle misure messe in campo per limitarne i danni.

Per altro, va considerato che l’Unione europea condiziona la concessione dei fondi del cosiddetto “Recovery Plan” a una serie di riforme strutturali, in grado di liberare risorse per lo sviluppo. Tra queste, sono attese nuove regole pensionistiche meno onerose per le casse dello Stato.

Inoltre è possibile che, come spesso capita al legislatore italiano, la norma generale venga affiancata da eccezioni. Si discute, infatti, della possibilità di introdurre vincoli meno stringenti per i lavoratori “fragili”, anche se in merito alle caratteristiche per entrare in questa categoria il dibattito è aperto.

Allora, avete fatto i conti?

 

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