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Quando i figli se ne vanno: la sindrome del nido vuoto

Come affrontare un momento delicato nella vita dei genitori

Di Valeria Cudini

La sindrome del nido vuoto ha a che fare con quella specifica condizione psicologica sviluppata dai genitori nel momento in cui il figlio o i figli escono di casa. Le manifestazioni più comuni di quello che può considerarsi a tutti gli effetti un disturbo psicologico sono tristezza, senso di abbandono e di vuoto, motivo per cui questo particolare stato di salute viene descritto con la stessa terminologia che si associa agli uccelli che, non appena sono maturati abbastanza, spiccano il volo. Un aspetto su cui riflettere oggi per introdurre questo argomento è legato alla difficoltà da parte di molti figli di spiccare il volo. I motivi sono molti e si legano alla maggior intensità della manifestazione di disturbi associati all’allontanamento dei figli dal nido.


Sappiamo bene che oggi la situazione lavorativa è estremamente complessa e i presupposti peran dare a vivere da soli sostentandosi esclusivamente con le proprie forze è cosa forse ancor più complessa. Ecco allora che già mettendo sul piatto queste due enormi difficoltà l’allontanamento dalla casa dei genitori viene sempre di più posticipato.


Una volta si lasciava prima il nido


Sono cambiati i tempi rispetto a quando si usciva di casa nel momento in cui si convolava a nozze e questo accadeva in età anche piuttosto giovane. Certo non per tutte le neonate famiglie era facile farcela economicamente ma, di solito, almeno uno dei due coniugi aveva quello che per molti oggi è solo un miraggio: il posto fisso. Tutto questo per dire che oggi la precarietà economica e lavorativa e la tendenza a rimanere in casa fintanto che non si trova una persona che prema per una vita di coppia strutturata al di fuori delle proprie mura famigliari diventano la grossa scusa per rimanere sotto l’ala protetta di mamma e papà. Aggiungiamo poi a tutto questo un bel po’ di italianità della mamma italiana tipo per cui il proprio “bambino” (maschio in particolar modo) rimane tale probabilmente almeno fino a 50 anni. Battute a parte, l’allontanamento dal nido è sempre più posticipato e ciò si traduce, nel momento in cui avviene, in un vero e proprio strappo dolorosissimo per i genitori ormai abituati a occuparsi del proprio figlio adulto come se fosse ancora un cucciolo d’uomo.


Che cosa accade quando tuo figlio se ne va?


Questo ritardo nell’uscita di casa dei figli è responsabile d’importanti manifestazioni di disagio per la coppia di genitori che si trova a dover riorganizzare la propria vita in un’età non più giovanissima e quindi quando rimettersi in gioco non è certo la cosa più semplice del mondo. Se il figlio uscito di casa dovrà andare a ridefinire la propria identità di essere autonomo, i coniugi dovranno ripensarsi proprio come coppia e non solo come genitori. Ciò non significa abbandonare il proprio pargolo al suo destino, certo che no, ma vuol dire mostrarsi presenti nella vita del figlio riconoscendone però l’esser diventato adulto e autonomo. Detto così potrebbe sembrare una cosa fattibilissima ma, come molti di voi potranno di sicuro testimoniare, non lo è per niente. Si potrebbero infatti stendere numerose pagine raccontando esempi di genitori che, dopo aver visto il proprio figlio andare a vivere in un’altra casa, hanno fatto, più o meno consciamente, in modo di ristabilire nuove abitudini spesso castranti e inibenti per l’amato figlio. Esistono forme patologiche di attaccamento al proprio figlio dove il cordone ombelicale, causa un meccanismo malsano che si autoalimenta in un circolo vizioso, non viene tagliato né dal lato del figlio né tantomeno da quello del genitore. Niente di più pericoloso e dannoso per la salute psichica sia del figlio sia del/dei genitore/i.

Separarsi fisicamente dal proprio figlio equivale, in psicologia, al vivere un lutto e, come tale, il lutto va elaborato e per farlo serve un po’ di tempo e pazienza. Ciò significa che non bisogna spaventarsi nel momento in cui notiamo una fatica a gestire questa nuova situazione. È tutto nella norma, basta sapere che, con impegno, dovremo reinvestire sulla coppia e su noi stessi. Se fino a quel punto della nostra vita le nostre priorità erano solo fare tutto quello che poteva servire al bene dei figli mettendo da parte noi stessi e i nostri desideri, ora serve cambiare rotta e rinvolgere l’attenzione a noi e al nostro partner.


Riparti da te e dalla relazione con il partner


Molti genitori oltre a vivere la sofferenza del figlio che ha lasciato la casa paterna si trovano a vivere un conflitto interiore legato al nostro immancabile senso di colpa. Quello che accade in molti, infatti, è il non sentirsi adeguati con se stessi per due motivi: il primo, è legato al desiderio egoistico di voler tenere ancora con noi nostro figlio, il secondo ha a che fare con qualcosa di più sottile, ovvero la paura, e quindi quasi la colpa, di fare qualcosa di sbagliato nel provare piacere a fare delle cose solo per noi stessi.
Qui gli psicologi ci vanno letteralmente a nozze e forse per molti di noi sarebbe opportuno chiedere un aiuto a uno specialista per superare questo lutto in maniera sana. Ripartire da noi e riprendere a desiderare e a fare cose che prima non potevamo fare perché dovevamo occuparci dei nostri figli non significa non amarli. Se in famiglia si è costruito un meccanismo sano noi come genitori dovremmo desiderare l’autoaffermazione dei nostri figli così come loro dovrebbero essere felici e fieri nel sapere che i genitori fanno qualcosa di piacevole che
li fa star bene.
Come è la relazione con il nostro partner? L’abbiamo messa da parte o l’abbiamo coltivata bene? Val la pena interrogarsi se tutto funzioni nella coppia o se invece ci sia bisogno di ripensarla, di riscoprirci davvero come una coppietta
d’innamorati, di concederci del tempo per la passione e per l’amore. La sessualità è importante anche dopo i sessant’anni. Avete dei dubbi? 
Certo non possiamo pretendere di stravolgere la nostra vecchia vita e le sue abitudini in pochi giorni. Come già detto serve pazienza e tempo e si può procedere per gradi. Come?


5 consigli utili per riprogrammare la nostra nuova vita


Vediamo insieme qualche semplice suggerimento per riorganizzarci.


1. Coinvolgere il partner in attività che piacciono a entrambi. Ci piaceva andare in montagna
nel weekend e non lo abbiamo più fatto? Riprendiamo questa vecchia e sana abitudine di passare del tempo insieme al nostro lui o alla nostra lei immersi nella natura. Oppure semplicemente uscire per una pizza o quel ristorantino che ci piaceva tanto. E le mostre che vedevamo tutti i venerdì? O il cinema.
2. Riallacciare vecchie amicizie. La socialità e condividere con le persone che amiamo le nostre passioni è una delle cose più belle che esistono. Non abbiate paura di prendere il telefono e richiamare quei cari amici che non sentite da tempo. Ci sono delle amicizie che possono riaccendersi in breve tempo dandoci un grandissimo senso di appagamento. Possiamo dare tanto agli altri e riceverne un gran bene.
3. Praticare uno sport o iscriversi a quel corso che avremmo sempre voluto fare. Quante volte ci siamo detti che avremmo voluto giocare a tennis oppure seguire quel corso di cucina ma che per mancanza di tempo od orari inconciliabili con le attività di nostro figlio non potevamo fare? Questo è il momento per farlo anche se non si è più giovanissimi. La longevità comincia dando spazio alla creatività.
4. Lasciati stupire dalla vita. Senza voler essere olistici, con questo invito vogliamo intendere di lasciar fluire tutto quanto di bello possa accaderti allontanando i facili preconcetti che diventano barriere difensive dell’agire.
5. Fai più che puoi e soprattutto fai ciò che vuoi. È la conseguenza positiva di quanto stavamo dicendo, ovvero di non lasciarti condizionare da sovrastrutture che ti impediscono di fare esperienze nuove. Se le condizioni di salute te lo consentono, non c’è niente di meglio per mantenersi giovani e attivi che sperimentare nuove avventure fisiche, psicologiche o sociali.

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