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Oliviero Toscani: o lo ami o lo odi

È famoso sia per le sue immagini, che per la sua di immagine: storia di un provocatore

Di Guido Daelli

Benvenuti nel racconto di un uomo dal pensiero comune baciato dalla fortuna e prima ancora dal talento. Non solo quello necessario per scattare foto diverse, piuttosto quello di provocare. Anzi, di saperlo fare a modo suo: «Provocare? Per me ha una connotazione positiva e non negativa come per la maggior parte delle persone»: Oliviero Toscani dixit.

Un’arte che non si insegna a scuola, ma si impara nella vita e si scopre nel carattere. Il famoso fotografo ha capito per davvero che una foto vale più di mille parole. Il che non è cosa da poco.

Oliviero Toscani: storia di un agitatore situazionista

La sua storia per chi ha poco tempo di leggere è tutta in questa parola: agitatore. Di idee, regole, tradizioni, riti e certezze, vere o acquisite. Polemico, anche. E allora? Con Toscani tutto questo insieme di cose viene centrifugato, letto dai suoi occhi e condiviso con noi attraverso la potenza magica di un clic. Di sé ha detto: «Io non ho idee e non sono un creativo. Solo una persona imbecille e stupida può dire di essere un creativo... Piuttosto sono un situazionista».

Chi mi ama mi segua

Ricordate i jeans Jesus? Quelli abbinati alla foto di un fondoschiena da urlo e da un copy altrettanto “chi mi ama mi segua”. Il nome del marchio è nato mentre passeggiava per New York e vede una scritta al neon che pubblicizza il musical Jesus Christ Superstar. Ancora una volta, lo smarrimento alla base della filosofia situazionista si dimostra un’arma vincente.

Il marchio United Colors of Benetton che lo ha celebrato come icona e ha fatto lo stesso con l’azienda di Luciano Benetton nella moda anni 80/90, è nato per caso mentre si trovava a Parigi. Stava scattando foto di bambini di etnie diverse. Entra in studio un rappresentante dell’Unesco che dice «wow united colors of the world»… Detto fatto. In barba alle ricerche di mercato e ai focus group, quel nome diventa un marchio, planetario. Creativo quindi? No, più un osservatore-provocatore. Ecco l’Oliviero Toscani pensiero.

Per imprimere il messaggio delle sue immagini nella nostra mente, non bastano le foto di una suora e un prete che si baciano. La forza di quel gesto oltre al gesto stesso, è amplificata da quel fondo bianco che è la quinta del palcoscenico della maggior parte delle sue foto. E un marchio di fabbrica che lo ha reso famoso. Ama la semplicità, e la ama anche nella vita privata.

 

Cittadino del mondo con il cuore in campagna

Dal 1968 ha deciso di vivere nella campagna toscana a Casale Marittimo vicino a Bolgheri, fra cavalli e altri animali in un parco di 160 ettari. Ha avuto 3 mogli e 6 figli, ma questo è sempre stato il suo campo base, rifiutando di vivere nelle città che lo hanno reso famoso: «ero sempre in giro per il mondo e non avevo bisogno di avere una casa a Milano o Parigi perché non sarei mai stato in casa…».

Con quella faccia così espressiva, un po’ Jack Nicholson un po’ Jerry Lewis non sai mai se ti sta prendendo in giro o è assolutamente serio. Se è felice o arrabbiato.

La sua dialettica non è sofisticata. Le parole sono alla portata di tutti. Come le sue foto. Ti tira dentro nel discorso con pensieri semplici ma non banali fino a quando arriva un’idea, un concetto diritto e accecante come un colpo di flash. Sentenzia un giudizio, dà un’opinione senza preoccuparsi delle conseguenze. Ma non è arroganza. È libertà di pensiero. È assenza di barriere culturali, frutto di un approccio anarchico nel senso non politico del termine.

Oliviero è spesso, anzi sempre, controcorrente. Ti fa pensare: e se avesse ragione lui? La stessa cosa che si prova guardando le sue foto. La donna di colore a seno nudo che sembra pronta ad allattare un bambino di pelle bianca e parla al mondo abolendo in un clic i pregiudizi sul razzismo, risale al 1989. Se volete avere un rifermento storico-culturale in Europa c’era ancora il muro di Berlino…

Le sue foto ci hanno fatto crescere. Hanno spostato in avanti le abitudini soprattutto quelle della mente. È qui il suo valore culturalmente più nobile. Toscani è parte della cultura pop come lo sono stati i Beatles o i Rolling Stones. Che piaccia o no.

È nato nel 1942, figlio di Fedele Toscani uno dei primi reporter del Corriere della Sera, con casa a Milano e frequentazioni con il mondo e i colleghi di papà, gente tipo Indro Montanelli e Dino Buzzati.

Poi parte e va alla scuola di fotografia Kunstgewerbeschule di Zurigo. In una città apparentemente anonima che invece ha visto nascere 50 anni prima il movimento Dadaista. Inizia a ritrarre le persone della sua generazione. E che generazione. Siamo nel ’68, inteso come periodo storico. Per un ragazzo così, quegli anni lì devono essere stati come versare benzina per spegnere il fuoco.

Certo Oliviero si trova spesso al posto giusto nel momento giusto. Ma non sempre questo è un caso. Forse è pura volontà, è intuito. A soli 23 anni ha già la visione del domani. Si lascia contaminare nel pensiero dalla musica e dalle sue regole. Dall’abbigliamento colorato dei Beatles, dai capelli lunghi dei Rolling Stones, dagli stivaletti bianchi di James Brown.

Quando riceve la prima importante chiamata di un’agenzia si presenta in una riunione plenaria di manager annoiati con capelli grigi e abiti altrettanto, con un abito rosso e camicia rosa. È fatta. Lui rappresenta quello che serve, una ventata di nuovo. Inizia a scattare e per farlo è assolutamente ben pagato. Con due foto di allora si poteva comprare il sogno di una nazione: la Fiat 500.

Gli anni passano, la sua macchina fotografica scatta molto e sempre di più. Ma non è appagato. Parte per gli Usa perché capisce che si deve misurare con gli altri suoi colleghi per capire come si colloca rispetto a loro. Si rimette in discussione, pur avendo denaro e fama per non doverlo fare. Chapeau.

Capello lungo, baffi e 3 macchine al collo. Il mondo di New York è presto ai suoi piedi che indossano i mitici stivaletti lucidati ad ogni passo dal pantalone a zampa. Incontra Andy Warhol, che per uno come lui è come andare a cena con Padre Pio per un credente di Pietralcina (e non solo)

Lo Studio 54 di Andy Warhol è potenza allo stato puro. Una polveriera di persone, idee, e gente. Lì il suo portfolio si gonfia di nomi famosi della musica e del cinema. Nulla di strano, ha semplicemente trovato quello che cerca.

Le copertine dei giornali di moda non si contano più. Anche se dichiara di non amare foto alle modelle famose perché troppo artificiali e truccate. Preferisce scattare persone vere. Ma davanti al suo obiettivo sono passate tutte: «Naomi è venuta da me quando non era nessuno, accompagnata in studio dalla mamma».

Infatti, lui non ama la moda e la moda non ama lui. Cerca messaggi e non si ferma allo scatto fine a sé stesso.

Così documenta la morte di Aids, anoressia, multi culturalità e la sua personale critica al sistema religioso (che gli procurerà anche una denuncia dal Vaticano). La sua fotografia è simile a una ricerca antropologica. E questa ricerca guidata dalla purezza del messaggio provoca l’opinione pubblica. Nel bene e nel male.

Come oratore e pensatore è meno vincente. Non solo perché non ha peli sulla lingua, diciamo così. Perché non vuole mediazioni. Oppure semplicemente perché a volte sbaglia. Nel 2020, dopo 40 anni di collaborazione con i Benetton è stato silurato per una dichiarazione in effetti inopportuna sul crollo del Ponte Morandi: «a chi interessa che caschi un ponte?».

Le parole non sono il suo forte, ma la fotografia che di parole ne vale più di mille, sì.

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