<?php echo e($model->title); ?>

Il Family Office dopo la pandemia

Cosa sono i family office e come si stanno muovendo dopo il Covid-19

Di Emanuela Notari

Le grandi famiglie imprenditoriali hanno un tale insieme di necessità e interessi finanziari e patrimoniali da trovare talvolta conveniente istituire un ufficio dedicato che vi assolva in maniera esclusiva. Spesso è una questione di privacy e di controllo. Investimenti e asset allocation, strategie fiscali e patrimoniali, compiti di amministrazione. Immaginiamo per un attimo il lavoro che diamo al nostro commercialista e consulente finanziario e moltiplichiamolo per i membri – tutti fortemente patrimonializzati – di una grande famiglia di imprenditori e per le figure giuridiche – e aree geografiche di pertinenza - che costituiscono i loro interessi. Ecco che si può comprendere perché a volte vale la pena farsi il proprio studio privato monofamiliare indipendente (37% dei casi) o, come succede nel multifamily office (51.7%), associarsi in un gruppo di famiglie per istituire un servizio finanziario-patrimoniale comune. 

Esistono anche family office di origine bancaria, quindi non indipendenti, al servizio di un numero ristretto di clienti con servizi esclusivi di gestione patrimoniale e di private banking.

Che cosa fa un family office

Le mansioni del family office non sono solo di ordine finanziario, tanto meno gli obiettivi. La gestione implica un patrimonio fatto anche di beni intangibili - come la continuità d’impresa e di valori, l’affiatamento e l’unione tra diverse persone, generazioni e rappresentanze di interessi, specie in caso di passaggio generazionale cioè del passaggio della proprietà dell’azienda familiare dal titolare ai suoi eredi. L’obiettivo è chiaramente quello di evitare dispersione del capitale finanziario e patrimoniale, ma anche umano.

Delicatissimo quindi il ruolo dei family office che in molti casi, tra le questioni amministrative della famiglia di proprietà, annoverano anche l’indirizzo degli studi o stage dei futuri eredi e la loro sistemazione in paesi esteri con atenei e scuole di business altamente apprezzate, o l’acquisto di proprietà all’estero, la gestione fiscale, patrimoniale e operativa delle proprietà immobiliari, fino al personale che si occupa di aprire e chiudere per la stagione le dimore di villeggiatura e di seguirne la manutenzione fuori stagione.

 

In Italia esistono 178 family office, censiti dal nuovo rapporto della School of Management del Politecnico di Milano e dalla libera Università di Bolzano. La concentrazione al nord è evidente: il 64% si trova in Lombardia, il 12% in Veneto e il 9% in Piemonte.

Qui si può seguire la presentazione in vivo del rapporto.

 

Tendenze nel Family office

Il report di cui parliamo ha preso in considerazione le tendenze dei family office italiani dopo il Covid, scoprendo indizi che il Salone del Risparmio ha recentemente individuato anche per gli investitori privati italiani: remi in barca durante la pandemia, tanto che la già spaventosa quantità di risparmio liquido inutilizzato è cresciuta raggiungendo i 1.800 miliardi di euro – e un avvicinamento, in controtendenza rispetto al passato, al private equity, ovvero agli investimenti nelle imprese e nell’economia reale.

Se questa tendenza prende corpo, data la mole di fondi disponibili, l’investimento privato potrebbe, una volta che il Paese sia uscito dalle secche di incertezza della pandemia, costituire una valida alternativa ai finanziamenti bancari che hanno sempre fatto la parte del leone in Italia e che in questo ultimo anno e mezzo sono stati beneficiati dall’estensione delle garanzie statali.

Nei prossimi 12 mesi, il 64% dei family office italiani prevede di fare investimenti nel senso del private equity (da 1 a 5). Questo potrebbe correggere gradualmente la posizione italiana di fanalino di coda nel venture capital.

Seppure possa apparire sorprendere, solo poco meno del 60% dei family office italiani prende in considerazione criteri di sostenibilità negli investimenti (il 13.6% non li considera nemmeno e il rimanente 25% più o meno) e, nei casi in cui ciò accade, la spinta arriva dalle generazioni più giovani.

La tendenza italiana all’aumento di investimenti nel private equity è condivisa a livello mondiale, secondo l’indagine annuale di Agreus, gruppo globale di resourcing e recruiting per family office, che lo interpreta correttamente come un’apertura al rischio da parte di istituzioni di solito più conservative. Diversificazione per comparti quindi, con un appetito inedito per aree di nicchia, ma anche per zone geografiche diverse. Agreus infatti registra una maggiore apertura geografica da parte di un terzo circa dei family office monitorati: per il 59% in Asia, che sembra piuttosto promettente per i suoi risultati economici, Cina compresa, seppur stretta nel dubbio di un’eventuale bolla dovuta alla crisi immobiliare Evergrande, 19% in Medio-oriente, 18% negli Stati Uniti e il 13% in Europa. Il senso di questa mossa pan-geografica sta non solo nell’opportunità di differenziare il rischio, ma anche di cogliere opportunità in aree del mondo che vivono situazioni demografiche molto diverse.

Tirando le somme dopo la pandemia, la maggior parte (55%) dei family office intervistati a livello globale registra un aumento nella massa di denaro gestita, mentre per il 42% è rimasta immutata e solo per il 3% è diminuita.

Come farsi un family office, nel nostro piccolo?

Il family office raccoglie una serie di competenze e mansioni, più o meno le stesse sulle quali un buon consulente patrimoniale dovrebbe esercitare la propria capacità di consigliere: investimenti e asset management, strategie fiscali e assicurative, gestione immobiliare, successione e passaggio generazionale, pianificazione della pensione e della vecchiaia.

La differenza, rispetto a un piccolo risparmiatore, la fa la quantità di denaro implicato che può essere infinitamente inferiore a quella delle grandi famiglie imprenditoriali. Ma nel nostro piccolo siamo tutti interessati ai medesimi ambiti di consulenza. Che fare allora?

  1. Cercare di capire se il proprio consulente, finanziario o patrimoniale, è in grado di abbracciare questo orizzonte di interessi e, nel caso, trovare le professionalità necessarie per agire le decisioni in ogni ambito che operativamente esuli dalle sue capacità. Se no, cercarsene uno che lo sia. L’ideale, se il livello di patrimonio e di interessi lo consente, è un patrimonialista;
  2. Individuare il modello economico della propria famiglia: proprietà, rendite, redditi in entrata (da lavoro, da proprietà amministrate, da possibili eredità) – correttamente distinti tra certi e incerti (il lavoro, fino a prova contraria, entra nei certi, i redditi da locazione, per esempio, negli incerti);
  3. Obiettivi personali e familiari: studi dei figli, cambi di carriera, acquisti di case, pensioni integrative, polizze assicurative e long term care, invecchiamento e pensione;
  4. Orizzonti temporali: ogni obiettivo deve essere chiaro e raggiungibile, ma soprattutto collocato in un arco temporale ben preciso che potrà guidare il consulente nella scelta in termini di rischio. Subito, a medio termine, a lungo termine;
  5. Prima ancora di elaborare una strategia successoria, fare testamento. Lo si può sempre stracciare e cambiare, in qualsiasi momento, ma è il minimo che ciascuno di noi può fare per proteggere patrimonio ed eredi. Solo così, per esempio, si possono proteggere persone che non solo considerate eredi dalla legge – come per esempio una compagna o un compagno - e/o aumentare la quota in capo a un erede che vogliamo privilegiare o aiutare in modo particolare, attraverso l’attribuzione della quota disponibile.

Adesso il campo è sgombro per sognare.

 

 

Photo by Randy Fath on Unsplash

comments icon 0 commenti
Vuoi lasciare un commento? accedi
Loading...