<?php echo e($model->title); ?>

Imparare ad imparare, ovvero l'apprendimento continuo

La ricetta migliore per stare a galla nel nuovo mondo. Come si fa?

Di Emanuela Notari

Longevità e cambiamenti sempre più veloci impongono all’uomo di rivedere continuamente le proprie competenze. Si dovrà lavorare più a lungo per finanziare una vecchiaia che può durare anche 20/30 anni e purtroppo il discrimine tra un profilo professionale obsoleto e uno attuale non è più solo l’uso del pc, ma, per esempio, la capacità di fare cose diverse, di passare da una competenza a un’altra, da un comparto a un altro se necessario, grazie a conoscenze accessorie, collaterali che al momento opportuno possono tornare utili. Una flessibilità di fondo che ci renda appetibili perché attori di cambiamento. E’ quello di cui le aziende hanno bisogno oggi. A certe latitudini professionali è persino più importante di una competenza specifica. Un po’ come parlare lingue straniere, ti apre la strada in situazioni diverse.

A meno di chiudersi in casa in un tentativo estremo di resistenza, occorre quindi moltiplicare il più possibile le proprie competenze, migliorare continuamente la propria capacità di apprendere. Eh sì, perché apprendere è un’arte, mica ci si improvvisa. Apprendere non vuol dire solo studiare.

Continuare l'apprendimento nel tempo

In questo senso sarebbe bene distinguere tra istruzione e apprendimento, collocando la prima nel periodo di vita proprio degli studi, i primi decenni, e il secondo durante tutto l’arco della vita. Ecco da dove nasce la difficoltà. Per studiare basta andare a scuola e applicarsi, è quello che tutti si aspettano da noi nei primi decenni di vita, non ci sono alternative, nei paesi più evoluti l’istruzione è un obbligo. Per l’apprendimento invece c’è tutto il tempo dell’età adulta e anche della terza/quarta età, ma bisogna ricavarsi spazio e occasioni, non è un’occupazione ufficiale.

Se l’istruzione può essere un obbligo, l’apprendimento non può esserlo perché non può prescindere dalla volontà; anzi, dalla voluttà di trovarsi in un terreno ignoto, pieno di imprevisti, di sfide e di occasioni di arricchimento. Un po’ come l’allenamento fisico. All’inizio la pigrizia innata in tutti noi tende a scoraggiare, poi appena vedi che i tuoi muscoli e il tuo fiato reagiscono, tengono botta e addirittura ti sfidano, diventa una goduria. Così è imparare.

Come più si legge, più si leggerebbe, così abituarsi ad imparare anche una sola cosa al giorno porta ad imparare sempre di più.

Cosa serve per imparare a imparare?

L’attitudine a un continuo apprendimento nasce inevitabilmente dalla consapevolezza di non sapere mai abbastanza, che è uno stato mentale di flessibilità, curiosità e umiltà.

Vuol dire sapersi mettere in discussione, non dare niente per scontato e provare gioia nell’apprendere - un concetto, una sensibilità, un gesto. Se imparare è una cosa che ci dà gioia, la si cerca dappertutto, rigenerando così di volta in volta la propria curiosità che, se ben coltivata, non si esaurisce mai.

Ma è anche una questione psicologica. Per continuare ad apprendere non occorre solo curiosità ma anche umiltà, l’umiltà di sottoporsi alla corvée dell’apprendistato, cioè quell’andamento ondivago, incespicante, pieno di alti e bassi tipico dell’imparare qualcosa di nuovo, finché non lo si domina e allora è già ora per imparare qualcos’altro, modellando giorno dopo giorno una nuova identità personale che via via comprende le cose che prima non sapeva, ma ogni volta si confronta con ciò che ancora non sa. Un antidoto potente alla presunzione. Un esercizio fondamentale perché tende a liberarci dall’idea di sapere graniticamente chi siamo, di sopravvalutare le proprie competenze, di credere di sapere come andrà a finire. Da qui nasce l’odioso adagio, si è sempre fatto così che da sempre rallenta la nostra capacità di apprendere. Sapere di non sapere smussa le certezze, rende più elastici, pronti a scartare di lato se non va come ci si aspetterebbe. E’ flessibilità, quella dote che permette di passare attraverso i cambiamenti senza rompersi.

Nicholas Taleb, autore de Il Cigno Nero e Antifragile. Prosperare nel disordine, sostiene che la nostra fragilità deriva proprio dalla pretesa di prevedere tutto, che ci impedisce di allenarci all’imprevisto: il cigno nero. E che l’unico modo di difenderci non è sviluppare robustezza, quanto piuttosto antifragilità, ovvero elasticità e flessibilità, intese come difese immunitarie sostanziali. Non fare pesi ma yoga, in buona sostanza.

Curiosità, umiltà e flessibilità sono ottimi ingredienti di antifragilità. Anche un po’ di voglia di tirarsi su le maniche, cerebralmente parlando; non è mica una passeggiata apprendere a 50 o 60 anni, il nostro cervello all’inizio si rifiuta.

Infine occorre trovare le occasioni. Annusare in giro aria di novità, andare a guardare coraggiosamente dove non abbiamo niente da insegnare, frequentare persone diverse da noi, vivere qualche tempo in un paese diverso in una lingua diversa, leggere tanti romanzi e vivere tante vite di altri. Anche il web e le piattaforme di lifelong learning, come Feltrinelli Education, che riserva trattamenti speciali per gli associati Cocooners, o Scuola Capitale Sociale: occasioni per imparare qualcosa di nuovo ogni giorno.

 

Tu cosa hai imparato oggi?

comments icon 0 commenti
Vuoi lasciare un commento? accedi
Loading...