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Le intolleranze alimentari

Se correttamente diagnosticate si possono controllare o risolvere

Di Valeria Cudini

Parlare d’intolleranze alimentari è sempre una questione spinosa anche perché molti non le riconoscono e scelgono la pericolosissima strada del fai-da-te, con conseguenze ben più gravi di quelle di partenza.

Ecco perché è importante provare a fare chiarezza su come riconoscerle e imparare a distinguerle dalle allergie.

Intolleranze alimentari e allergie non sono la stessa cosa

«L’allergia alimentare è una risposta del sistema immunitario, mentre l’intolleranza è una sorta di momentaneo rifiuto del corpo di accettare quella determinata molecola - spiega Manuela Mapelli, biologa nutrizionista -. Dall’intolleranza, quindi, si può guarire se viene diagnosticata e curata in modo adeguato da un nutrizionista.

Negli ultimi quarant’anni le allergie alimentari sono triplicate. In Italia gli allergici sono circa 1,8 milioni di cui 600mila al glutine. Per le intolleranze, circa 3 milioni al glutine, un milione al lattosio e 5 al nichel».

Se per diagnosticare le allergie esistono test specifici come lo skin e il prick test, i test sierologici e quelli di provocazione orale, per le intolleranze i test proposti non hanno validità scientifica.

«L’intolleranza può manifestarsi anche in età matura, tra i 40 e i 50 anni. A scatenarle determinate condizioni organiche: stress o abuso di determinati alimenti, dieta sbagliata o, semplicemente, il nostro corpo che non è più in grado di scomporre o sintetizzare quella molecola - prosegue la nutrizionista -. Ci accorgiamo di essere intolleranti a un certo cibo perché si manifestano malessere, disturbi gastrointestinali, dermatiti, eczemi o pruriti, mal di testa. Essendo così soggettive e varie non esiste un protocollo univoco da seguire, i singoli casi vanno analizzati a uno a uno».

La diagnosi d’intolleranza alimentare la fa uno specialista

La diagnosi d’intolleranza alimentare viene posta da uno specialista nutrizionista o dietologo che, studiando le abitudini alimentari quotidiane del paziente, cerca d’individuare il problema indicando un piano giornaliero personalizzato per il paziente.

Solo dopo aver escluso un’allergia alimentare si stabilisce la reazione avversa al cibo. Individuato l’alimento sospetto, in una prima fase si procede eliminandolo per 2-3 settimane. In seguito lo si reintroduce per altre 2-3 settimane. Se i sintomi scompaiono abolendo l’alimento sospetto e ricompaiono una volta reintrodotto significa che c’è intolleranza.

«Se è un determinato alimento a causare il problema va tolto dalla dieta ma solo temporaneamente - aggiunge Mapelli -. Va poi pian piano reintegrato affinché il corpo possa riabituarsi a quella sostanza. Si stanno facendo molti studi sulle intolleranze ma c’è ancora molta strada da fare soprattutto per quanto riguarda la corretta informazione e l’aiuto pratico su come comportarsi a casa. I numeri sono in crescita: una media di quasi 5 pazienti su 10. Rispetto a quanto accadeva una volta, oggi abbiamo molte più informazioni per aiutare il paziente, così possiamo mettere a punto ricette ad hoc per soddisfare anche il gusto».

La ristorazione collettiva si mostra più sensibile al problema e, nelle grandi città, iniziano le prime proposte di cibi o menu alternativi per gli intolleranti.

Per un cambiamento reale occorre creare un ponte tra il nutrizionista e lo chef. Solo in questo modo, e cioè mettendo in opera un accurato lavoro di squadra, sarà concesso a tutti di stare meglio a tavola.

Mini focus: gli alimenti più allergizzanti

Tra gli ingredienti che più facilmente allergizzanti ci sono di sicuro:

  • cereali contenenti glutine;
  • uova;
  • latte;
  • pesce e molluschi;
  • crostacei;
  • arachidi;
  • frutta secca e a guscio;
  • soia;
  • lupini;
  • semi di sesamo;
  • senape;
  • alcuni tipi di conservanti a base di anidride solforosa.

Attenzione, però, queste sono indicazioni di massima ma, come specificato sopra, per diagnosticare con certezza le allergie alimentari serve il ricorso a test specifici.

E le intolleranze più comuni?

Senza dubbio l’intolleranza enzimatica che si manifesta con maggior frequenza è quella al lattosio.

La forma più comune tra le intolleranze è quella al glutine (quindi di tutti gli alimenti che lo contengono) che si traduce nella celiachia. A differenza di altre intolleranze la celiachia si può diagnosticare mediante uno specifico esame del sangue per la ricerca di particolari anticorpi e autoanticorpi che permettono di distinguerla da altre malattie che mostrano una sintomatologia simile come, per esempio, il morbo di Crohn o la sindrome da colon irritabile.

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