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LE PENSIONI ROSA SONO TUTT’ALTRO CHE ROSEE

Un vademecum per le investitrici che pensano al futuro

Di Emanuela Notari

Differenze di retribuzione e carriere discontinue mettono a rischio le pensioni delle donne. Saperlo può aiutare a pianificare un futuro migliore. La cifra della previdenza futura è la consapevolezza. Le recenti riforme infatti spostano la responsabilità di un reddito pensionistico adeguato dallo Stato ai lavoratori. Il cambiamento del sistema di calcolo dell’assegno pensionistico da retributivo, cioè basato sulle ultime retribuzioni, a contributivo, basato su quanto realmente contribuito, rischia di penalizzare particolarmente quella parte della popolazione che non può accantonare a sufficienza. Per esempio le donne, e per una serie di ragioni.

 

Donna, ovvero una professione non retribuita

In Italia persiste ancora quel fenomeno di discriminazione retributiva che va sotto il nome di gender pay gap; secondo i dati Eurostat, in Italia, a parità di mansioni, le retribuzioni delle donne sono mediamente del 12% inferiori rispetto a quelle degli uomini. Ma come si spiega allora che le pensioni delle donne siano inferiori del 33%? Il ruolo delle donne nella società, che lavorino o no, è tuttora prevalentemente legato alla famiglia, alla maternità e all’assistenza alle persone fragili all’interno del nucleo familiare.

Le donne che iniziano una carriera devono spesso interromperla per seguire la crescita dei figli, almeno per i primi anni, e quando rientrano nel mondo del lavoro, se non tornano alle precedenti carriere - con uno stipendio inferiore a quello che risulterebbe dagli avanzamenti previsti dal crescere dell’anzianità e dell’esperienza - scelgono una soluzione part-time per coniugare lavoro e accudimento della famiglia. D’altronde, a un numero di figli per donna sempre inferiore, corrisponde per contro una genitorialità più complessa e impegnativa. Di fatto, un terzo circa delle donne occupate hanno un impiego part-time e secondo le ricerche non per scelta.

C’è un illuminante studio dell’ispettorato del lavoro datato 2019 sui provvedimenti di convalida delle dimissioni che mostra come il 73% delle dimissioni volontarie risponda a donne, prevalentemente nella fascia 34-44, e di queste il 35% sia da attribuire alla difficoltà di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole. Retribuzioni inferiori, carriere discontinue e part-time indeboliscono quindi la situazione economica delle donne, come ben argomentato in un recente studio Ipsos.

Come si ripercuote tutto questo sulla pensione delle donne?

Già con le pensioni retributive, il lavoro a tempo parziale non poteva che penalizzare l’assegno pensionistico, poiché la retribuzione di un lavoro di 4 ore al giorno è decisamente inferiore a quella di uno a tempo pieno. Da quando si è deciso che l’assegno pensionistico sarebbe stato calcolato su quanto realmente contribuito, la situazione femminile peggiora ulteriormente. Infatti, se la riforma del sistema di calcolo prevede una generale riduzione degli importi di circa il 25% rispetto alle pensioni retributive (nel caso di lavoratori dipendenti), possiamo stimare che tale riduzione applicata alla pensione di un part-time porti ad assegni del tutto inadeguati a garantire un tenore di vita dignitoso. Per non parlare dei lavori informali, spesso sommersi, che interessano particolarmente donne e giovani, i quali non producono contribuzione alcuna.

La caduta dell’occupazione nel primo trimestre di quest’anno è stata quasi esclusivamente femminile. Sicuramente per la contrazione dell’economia causa pandemia, ma anche perché il confinamento tra le mura domestiche ha blindato il genere femminile, sia per le necessità imposte dai figli in DAD sia per accudire ed assistere anziani fragili, tenuti in casa per evitare il rischio di contagio in strutture di cura. Infine esistono 4 milioni di donne over 65 (e 3 milioni sotto i 65) che non avranno alcuna pensione perché non hanno mai lavorato fuori dall’impegno domestico.

A questo quadro va aggiunta un’ultima considerazione, decisamente rilevante: le statistiche sulla longevità indicano un’aspettativa di vita delle donne maggiore, rispetto agli uomini, di 5 anni: 86 è infatti l’attuale media, contro gli 81 degli uomini, prevista in aumento fino a 90 anni entro metà secolo. Vivere a 80/90 anni una vita dignitosa con un reddito pensionistico inadeguato, proprio quando malattie o non autosufficienza possono richiedere maggiori spese di assistenza, può diventare il vero problema del futuro femminile.

 

In molti casi una corretta pianificazione patrimoniale può aiutare

Il pubblico di Cocooners può valutare quanto questo quadro lo riguardi. Nel caso siano uomini, quanto riguardi le loro compagne, figlie, mogli. Possono valutare insieme a un buon consulente come prevedere un reddito o una rendita integrativa o una polizza LTC per sostenere in futuro le donne di famiglia in difficoltà previdenziale, specie nell’ipotesi che raggiungano le vette di longevità da sole. Come dicevamo, la chiave del nostro futuro previdenziale è la consapevolezza.

 

Cosa aspettate a parlarne con il vostro consulente?

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