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House of Gucci, House of Art

Come è lo stile Gucci? E perché piace così tanto?

Di Guido Daelli

Gucci è l’espressione di un talento estetico al confine con la forma più alta di creatività. Perché Gucci forse, ma anche senza forse, non è moda. È arte.

Booooooooom!
Pronti? Partiamo.

Sarà un viaggio nel costume e nella società, non in quel narcisistico mondo un po’ ghetto di sé stesso che è la moda. Parleremo cioè di persone e idee, non di sfilate e vestiti. Ma è necessario iniziare dalla storia. Perché sapere da dove si parte serve per capire dove si è arrivati. E dove si andrà.

La timeline di Gucci

Ecco in breve cosa è successo dall’inizio, 100 anni fa.
1921: Guccio Gucci apre a Firenze l’azienda che produce guanti, valigie e articoli per viaggio ed equitazione.
1945: inizia l’esportazione negli Usa.
1953: viene aperta una boutique sulla 58a strada a New York. È l’inizio del successo internazionale. Poi apre a Tokyo, Hong Kong e nel 1963 a Parigi.
1982: Gucci diventa una Società per Azioni.
1983: Maurizio Gucci, figlio di Rodolfo da poco deceduto, diventa Presidente fino al suo assassinio nel 1993.
1990: Tom Ford entra in Gucci e nel 1994 diventa responsabile creativo di un marchio sull’orlo della bancarotta.
1999: Gucci entra a far parte del gruppo del lusso Kering e inizia la fase di rilancio.

E oggi?

Gucci è un marchio ispirato dalla vita quotidiana. Si alimenta di come ci vestiamo. Di come esprimiamo noi stessi attraverso la scelta di una gonna, un pantalone, delle scarpe o una borsa. Gucci, siamo noi. La sua è una moda che se ne frega della moda. La crea guardando la strada. Guardando la gente. Perché vestirsi stimola l’anima più nascosta di ognuno e connette le persone.

In questa elaborazione fuori-dentro-fuori (dove il fuori è la strada e il dentro è il reparto creativo) prende le idee per restituirle sotto forma di una collezione. Per questo Gucci ha una funzione sociale. In questo passaggio di forme e messaggi fa una cosa poco evidente e non scontata, ma assolutamente fantastica. Espande gli orizzonti culturali e amplifica la visione del mondo contribuendo alla creazione di un pensiero influenzato dalla bellezza estetica. Ecco perché assume un valore più alto di quello di un marchio del fashion system: una forma d’arte che invece di farsi guardare come un quadro o una scultura, si indossa.

Certo suscita emozioni contrastanti. Può piacere (e quando lo fa piace molto), o non piacere (e quando non piace, non piace nemmeno un po’). Può creare dipendenza o al contrario rifiuto. Ma è chiaro che il suo codice e il suo stile dimostrano di avere una precisa idea del mondo: rappresentarlo senza pregiudizi né giudizi. E questa è una visione sovversiva che spezza le regole e ne tratteggia di nuove.

Gucci dichiara apertamente di credere nel cross-dressing e nella necessità di abolire la classificazione uomo-donna come generi distinti andando chiaramente verso una sessualità binaria. Ha quindi una visione inclusiva. Mescola, intreccia e sovrappone il ruolo della donna e dell’uomo come l’effetto visivo di un caleidoscopio puntato sulla società.

Gioca con le persone nel senso delle loro, e quindi nostre, identità. Le shakera intrecciando età, gusti e tendenze. Ne è stato un esempio lampante la magica campagna Cruise 2018 che ha visto l’occhio del fotografo Mick Rock abituato a cogliere le espressioni di miti eterni della musica come David Bowie o Lou Reed, concentrarsi sui Perennials: Barbara Alberti, Miriam Leone, Francesco Bianconi, Alessandro Borghi, Silvia Calderoni, Marina Cicogna e Lucio Corsi.

Perennials? Persone curiose di tutte le età consapevoli di cosa sta accadendo nel mondo. Sono tecnologici, evoluti e trasversali.

E che dire della campagna autunno-inverno 2020-21? A fare le foto sono stati gli stessi modelli. Nessun fotografo, nessun shooting professionale (sicuramente un chiaro brief, questo sì), ma soprattutto un altro esempio di street-style.

Deus ex machina: Alessandro Michele

Tutto questo valore estetico, culturale e sociale non è una strategia di marketing riassunta in un sofisticato documento di Power Point. Piuttosto il merito di un pensiero fresco, intelligente e coraggioso. Quello di Alessandro Michele, Direttore Creativo di Gucci dal 2015, romano classe 1972.

La volontà dello stile di Gucci passa da lui. Da un creativo innamorato del cinema e della scultura. Affascinato dal post-punk e ossessionato dallo street style (torna tutto adesso, vero?). Uno che dichiara di vivere ospite delle sue cose. Di dare alla collezione di oggetti che possiede una gerarchia che lo vede arrivare dopo di loro. Pensateci, non è cosa da poco.

Colleziona porcellane, quadri dell’epoca Vittoriana, fa l’uncinetto e dice a Madonna (la cantante, naturalmente) come vestirsi adeguatamente prima di un concerto. Insomma, uno che ha la visione, quella di un alchimista contemporaneo fuori dalle regole e soprattutto dalle mode. La sua moda è democratica e molto partecipativa oltre che dichiaratamente influenzata dal suo fidanzato che insegna filosofia in alcune università romane. Mi sembra che di materiale intellettuale ce ne sia abbastanza, no?

È bello pensare che in un paese come il nostro atavicamente feudale e quindi culturalmente piccolo, non tutti i cervelli siano costretti a fuggire per esprimersi in grande. La sua è una formazione tricolore iniziata all’Accademia di Costume e di Moda di Roma. Poi entra in Les Copains e poi lavora con Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi per la parte di gioielli. Fino quando Tom Ford nel 2015 lo arruola da Gucci.  

“Mi è stata data una estrema libertà creativa” – dice in una rara intervista a Muschio Selvaggio - “Vivo una condizione di privilegio facendo quello che mi va e lavorando tantissimo. Non smetto mai di fare, lavorare è come una preghiera per me. Tutta questa energia si vede, si legge, si sente indossando un capo Gucci. C’è l’identità, il coraggio. O meglio la volontà di essere sé stessi”.

E poi una frase che dice e riassume tutto: La moda libera? Non l’ho inventata io”.

Nella storia di questo marchio oggi c’è anche un film: House of Gucci. È di stretta attualità per chi cerca le notizie, ma non è il nostro caso. Per questo lo abbiamo lasciato qui in fondo. Convinti che le vicende personali non c’entrino nulla con quelle di un’azienda. Anche se ciò che è successo quel 27 Marzo 1995 ne ha fatto vacillare le fondamenta.

Il film di Ridley Scott interpretato fra gli altri da Lady Gaga, Jeremy Irons e Al Pacino racconta come Patrizia Reggiani una ragazza nata a Vignola un paese di 25mila abitanti della Provincia di Modena, sognasse di diventare ricca e famosa.

E così quando incontra Maurizio Gucci a una festa scatta l’amore. Come in poche fiabe (che di solito sono molto crudeli) riesce a realizzare il suo sogno. Il mondo è finalmente alla portata di portafogli. E quindi di limiti non ce ne sono. Poi le cose cambiano, le persone anche. La loro storia d’amore finisce. E finisce male. Colpa di un nuovo amore entrato nel cuore di Maurizio. Ma prima di tutto colpa dei soldi e dell’eredità futura che questa novità potrebbe ridurre notevolmente. Le origini non mentono e l’unica soluzione è: vendetta.

La storia del film intreccia la vita di Patrizia Reggiani a una presunta amica Giuseppina Auriemma e Benedetto Ceraulo (che spara), Orazio Cicala (che guida l’auto in Via Palestro a Milano), Ivano Savioni (la mente).

Bum. Bum. Bum. Bum. Quattro colpi. È la fine di una vita. Le idee lasciate da lui e dalla sua azienda, invece continuano, nonostante tutto. Perché le idee come la moda non moriranno mai.

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