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Lucio Battisti, il mistero infinito

Il numero uno del pop nazionale e la negazione dell'immagine secondo Donato Zoppo

Di Davide Sechi

Il mistero alimenta il fascino, la lontananza accentua il desiderio, l’assenza può sfociare in stati paranoici, confinanti con il complottismo. Succede ogni giorno, è un po’ il gusto, buono e cattivo, della vita, per parafrasare un claim pubblicitario. Nascondersi, negarsi, mascherarsi per poi riapparire all’improvviso. E nel mentre…

Io lavoro e penso a te

Torno a casa e penso a te

Le telefono e intanto penso a te

Come stai? E penso a te

Dove andiamo? E penso a te

Battisti è un mistero, che si alimenta anno dopo anno, 23 anni dopo la scomparsa, nei tragitti delle sua canzoni, “tradotte” prima da Mogol e poi “illustrate” da Panella, nei saliscendi armonici, nelle impennate  e nei ripensamenti, negli scatti di gioia e nei crolli emotivi.

Non so chi adesso sei

Non so che cosa fai…

Un mistero alimentato anche dallo stravagante, iper rispettoso, per la moltitudine controproducente comportamento della consorte, Grazia Letizia, in arte Velezia, la penna occasionale dietro uno dei dischi più misteriosi di Lucio, quel “E già” che spiazzò il 1982 nostrano, la quale ha trascorso gli ultimi due decenni ad ammonire, con tono implicitamente minaccioso, sull’utilizzo della musica del marito, vietandone persino i passaggi radiofonici, facendo nel contempo crescere il desiderio, anche di rivalsa, da parte dei fan, insinuando ulteriori dubbi, e di conseguenza nuove interpretazioni, teorie e letture critiche sull’opera del nostro, che ora lo è sul serio, almeno un po’ di più, reperibile com’è anche sulle piattaforma social e streaming. Ma il mistero permane. Chi è Battisti? Come muta Lucio? A chiederselo anche Donato Zoppo, giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, il quale un paio di anni fa ha rilasciato un libro, edito da Hoepli, “Il nostro caro Lucio – Storia, canzoni e segreti di un gigante della musica italiana”. Novelli Sherlock Holmes ci siamo addentrati nei vicoli apparentemente illuminati dell’arte battistiana tenuti per mano proprio da Zoppo.

Quando ha iniziato il suo personale percorso nella letteratura battistiana, vigeva ancora il controllo veleziano, ha avuto qualche problema in merito?

In commercio esistevano già una 50ina di pubblicazioni dedicate all’argomento e di denunce e di querele non si è visto nulla. A essere sotto la lente d’ingrandimento erano gli eventi o quelle situazioni ritenute commerciali e quindi lesive. Capisco l’atteggiamento adottato dalla consorte di Battisti, il rischio però è che si possa sfociare in qualcosa di patologico. Da parte mia, ho scritto tre libri su Lucio, rispettosi e analitici.

E quindi, chi era Lucio Battisti?

Me lo sono chiesto e ho intervistato molti di quelli che lo hanno conosciuto, che con lui hanno collaborato. Ne è uscito prima di tutto un ritratto collettivo di un uomo devoto alla musica, in un rapporto quasi sacrale. Battisti non ha mai svenduto la sua opera, la sua idea che si incarnava nel 33 giri, proprio nel vinile, già il cd fu visto come un compromesso, quasi una scorciatoia. La sua concezione di ascolto era votata all’attenzione, da qui un certo rifiuto per la svolta digitale che di fatto andava a corrompere, mutare, cambiare l’esperienza dell’ascolto.

A suo parere quali sono stati i momenti fondamentali della sua carriera?

”Amore non Amore”, album pubblicato nel 1971, concepito l’anno prima, una vera e propria prova di forza: un disco che si regge sull’improvvisazione ma che utilizza un’orchestra, che mette una donna nuda in copertina. E poi “Anima Latina”, oggi da più parti considerato il più grande lascito della musica popolare italiana, ossia il capolavoro, fu uno shock già all’epoca, eppure riscosse un grande successo. La voce tenuta bassa nel mixaggio finale, una scelta azzardata, affinché l’ascoltatore si focalizzasse maggiormente sulle trame musicali. E poi gli anni 80, caratterizzati dalla progressiva, sistematica distruzione della sua immagine. Indicativa, in questo senso, la foto di copertina di “E già”, con le sue scarpe bianche, come dire, è Lucio, ma non è importante sapere chi sia Battisti.

Che c’è di vero nella figura di un uomo scontroso? Quando si ritira sembra sprezzante nei confronti dei media e forse anche dei fan…

Era devoto alla musica, era enigmatico, introverso. Ho incontrato la cugina Ida e anche lei mi ha confermato le stesse impressioni di estrema riservatezza, di timidezza, con questa voglia di rivalsa. Battisti aveva un complesso di inferiorità dovuto alla sua provenienza geografica. Ed era in soggezione all’inizio nei confronti di Mogol, che era già famoso prima di unirsi a lui.

A leggere le cronache e le critiche dell’epoca, Battisti era sì il più famoso e cercato ma anche il più criticato e addirittura snobbato. Le famose controversie politiche o c’è anche dell’altro?

La figura di Mogol pesava molto, perché rappresentava nella nuova Italia degli anni 70 la canzonetta, ossia qualcosa di finto. Poi, sì, c’è la questione delle presunte simpatie destrorse, quando non addirittura fasciste di Lucio. Ovviamente si trattava di bufale, fake news diffuse dalla stampa alternativa. Era un’epoca, un Paese in cui era facile essere additati se non avevi voglia di esporti e Battisti vedeva solo la musica, non parlava direttamente di classe operaia, di divorzio, di aborto. C’è un’immagine in cui lo si vede nell’atto di dirigere un coro, ma il braccio alzato sembra un saluto romano… All’interno della canzone “La collina di ciliegi” si ascolta … “planando sopra boschi di braccia tese”… Le stesse braccia raffigurate sulla copertina de “Il Mio Canto Libero”. Oggi possono tutte apparire come associazioni di pensiero forzate, quasi infantili, ma all’epoca erano pregiudizi che attecchivano. E non è detto che Battisti e Mogol non giocassero un po’ sull’equivoco, per alimentare il mistero, magari non per forza di cose disseminando ogni solco di indizi.

E alla fine qualcuno si è scusato?

Certo. Michele Serra, già nel lontano 1986 scrisse “Di Battisti non abbiamo capito nulla”. Veltroni ha ammesso di essere stato un ascoltatore ‘in segreto’.

Se qualcuno volesse approcciare per la prima volta la materia battistiana, cosa consiglierebbe?

Magari non direttamente un disco di Lucio, ma un tributo, quello di Patrizia Cirulli, “Qualcosa che vale”, una rilettura di “E già”, in chiave quasi tutta acustica, laddove il lavoro originario vedeva i synth predominanti. Lì si nota l’ossatura di quel disco, la sua bellezza popolare.

Lucio e Lucio: che rapporto c’era tra Battisti e Dalla?

Si è parlato di una cena, di ipotesi collaborative scaturite da quell’incontro, ma non se ne fece nulla. Rispetto a Dalla, Battisti era quasi ossessivo, studioso, un solitario, una sorta di Frank Zappa italiano. La sua solitudine artistica e la separazione dal pubblico lo avevano condotto a una sorta di "autismo pop" (come sottolinea Massimo Del Papa nel suo libro 'Lucio-Ah').

La sua musica fu triste o gioiosa?

Gioiosa, anche nei suoi momenti più glaciali. Era benestante, era innamorato dell’arte, ipotizzava sempre nuovi percorsi. Tutte cose che non si possono avere a meno che non si sia mossi dalla gioia di fare.

E voi, quali canzoni di Battisti preferite?

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