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Riccardo Chailly e il Teatro alla Scala

Un direttore d’orchestra prima della “prima”

Di Paola Molfino

Molte sono le cose che uniscono Riccardo Chailly a Claudio Abbado. E sono fili che l’attuale direttore musicale del Teatro alla Scala - 69 anni il prossimo 20 febbraio - ancora oggi alla vigilia del suo Sant’Ambrogio n. 7, ama rievocare con orgoglio quasi filiale.

Milanesi entrambi e figli d’arte (il padre di Riccardo era il compositore Luciano Chailly, organizzatore di tanta parte della vita musicale italiano del ’900 e la sorella Cecilia è arpista e compositrice anch’essa).

Per Chailly vent’anni di differenza ma molti intrecci comuni con il direttore d’orchestra di cui appena ventenne fu assistente dopo gli studi fatti con Franco Ferrara all’Accademia Chigiana: la direzione musicale del Teatro alla Scala (dal 2015) e la direzione principale della Filarmonica della Scala, formazione cui da sempre Chailly - artista Decca Classics - è molto legato anche discograficamente. Associazione, la Filarmonica, che proprio 40 anni fa Claudio Abbado fondava insieme ai “liberi musicisti” dell’orchestra del Teatro alla Scala, sino ad allora dediti solo al repertorio operistico. E il 24 gennaio 2022 sarà appunto Chailly a dirigere il concerto inaugurale della stagione dell’anniversario n.40 con un programma ponte tra tradizione e contemporaneità: pagine di Stravinskij e Čajkovskij insieme a un brano del compositore Giorgio Battistelli commissionato dall’orchestra.

Oltre alla Scala, un altro filo che unisce i due musicisti, anzi un vero passaggio di testimone, quello alla direzione musicale della Lucerne Festival Orchestra. Chailly ne assunse la direzione nell’estate del 2016, succedendo proprio ad Abbado. La collaborazione tra a storica Orchestra del festival svizzero  e Chailly, nata con l’esecuzione dell’Ottava sinfonia di Mahler è stato ora prolungata sino alla fine del 2026. «L’opportunità di proseguire nell’incarico di Music Director della Lucerne Festival Orchestra mi rende molto orgoglioso. Per me questo comporta l’importante responsabilità di portare avanti l’eccezionale identità musicale di questa Orchestra, eredità lasciata dal formidabile percorso artistico di Claudio Abbado. Al contempo, per il futuro, è fondamentale sviluppare nuovi orizzonti artistici con questi straordinari musicisti e offrire al pubblico nuovi scenari musicali».

Nel dna di entrambi il sinfonismo austro-tedesco (per 11 anni, sino al 2016 Chailly è stato Kapellmeister del Gewandhausorchester di Lipsia, la compagine sinfonica più antica d’Europa), Rossini e Verdi, tanto Verdi. Con una differenza profonda, e importante: il legame fortissimo che Chailly ha con la musica di Giacomo Puccini e che Abbado poco frequentò nella sua pur ineguagliabile carriera.

E proprio con Verdi - l’autore con il quale l’allora direttore musicale Abbado lo fece debuttare un giovanissimo Riccardo alla Scala  nel 1978, dirigendo I Masnadieri - il 7 dicembre si inaugura la nuova stagione lirica milanese in questo ancora incerto tempo postpandemicoMacbeth è infatti il titolo scelto da Chailly per completa il percorso interpretativo dedicato alla “trilogia giovanile” di Giuseppe Verdi dopo Giovanna d’Arco (2015) e Attila (2018). Regia di Davide Livermore, al suo quarto spettacolo inaugurale, insieme agli scenografi di Giò Forma e al costumista Gianluca Falaschi. Grande cast: Lady è la superstar Anna Netrebko, accanto al Macbeth di Luca Salsi, al Macduff di Francesco Meli e al Banco di Ildar Abdrazakov.

Il direttore d’orchestra, sempre alla ricerca e allo studio di nuove suggestioni dalle partiture che affronta, spiega: «Verranno eseguiti i ballabili scritti per l’edizione di Parigi e anche la scena della morte di Macbeth, così come aveva fatto Claudio Abbado quando lo eseguì alla Scala con la regia di Giorgio Strehler nel 1975». Chailly iniziò alla Scala come assistente di Abbado e di quello spettacolo, come di quella lettura musicale e drammaturgica ha memoria di testimone e consapevolezza d’interprete. «L’umiltà nei confronti del testo, il suo Verdi e il suo modo d’interpretare sono ancora vivi nella storia di questo teatro».  Come sono vivi nella visione del suo direttore musicale che più di 30 anni fa così sceglieva le dieci parole più amate: «Subito sicuramente Amore e Musica. Passione, Natura, Sensualità molto importante per me. Siamo a cinque. Poesia, poesia della vita, poesia dei sentimenti. Per parola si può intendere anche un nome proprio? Allora forse c’è Wagner. Amicizia. Sincerità, Fedeltà, intesa come lealtà di rapporto».

fotografie di Brescia e Amisano / Teatro alla Scala 

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