E ora, cohousing. Andiamo a vivere insieme?

L'abitare collettivo salva risorse, colma solitudini, aiuta a mettere in comune difficoltà e sogni

Di Paola Maraone

Alcuni nuclei sociali si creano sulle basi di un desiderio condiviso. Come le famiglie. O come i gruppi di persone che scelgono, in una certa fase della vita, il cohousing, ovvero andare a vivere assieme. O quasi. Per migliorare la qualità della propria esistenza, ma anche, magari, cambiare un pezzetto di mondo grazie alle proprie scelte personali. Sono quelli del living together, ovvero i cohousers: un nuovo modo di abitare collettivo dove gli abitanti mettono in comune spazi, servizi, idee.

Come vivremo assieme?

Questa domanda è quanto mai urgente, ora che sperabilmente ci affacciamo all'idea di un futuro post-pandemia. Il cohousing è una delle risposte possibili. Dimenticate la comune Anni 70: ogni single, coppia o nucleo familiare ha il suo appartamento e condivide con i vicini alcuni spazi comuni. Per esempio la lavanderia, la hobby room, la piscina o il giardino. Nato in Danimarca, si è poi diffuso rapidamente in altri paesi europei – come Olanda e Svezia, dove è anche riconosciuto e sostenuto dalle amministrazioni pubbliche – ed è infine approdato in Italia. «Abitare in cohousing permette di ritrovare il senso smarrito della comunità», spiega Liat Rogel in Cohousing. L’arte di vivere insieme (Altreconomia edizioni).
A ben vedere, l’Italia conosce già questo stile di vita: fino agli Anni 50 diversi nuclei familiari vivevano vicini, e le diverse generazioni si sostenevano a vicenda, tradizione che abbiamo smarrito con la transizione verso una società progressivamente più individualista.

Gli esempi italiani di cohousing

Fino al cohousing, appunto, che oggi va diffondendosi in tutta Italia: è possibile tenersi aggiornati e seguirne le mosse sulla pagina Facebook di Rete Cohousing. Si scoprono storie interessanti, come  in Trentino, dove la cooperativa Casa alla vela è un fulgido esempio di cohousing intergenerazionale. O quello di via Scandellara a Bologna: mini appartamenti in affitto per una o due persone, con tanti spazi comuni e un orto. Inclusivo, condiviso, adatto a tutti: dalle famiglie giovani agli “over”, le nuove comunità spesso scelgono assieme i propri obbiettivi fin dalla fase di progettazione e formazione. Per esempio, la sostenibilità, a partire dalla lotta alla CO2 – dal cantiere al ciclo di vita di materiali, fino all’impiego di pannelli solari e altre tecnologie per ridurre l’impatto ambientale.

L’esperienza del lockdown ci ha imposto di vivere forzatamente all’interno delle mura domestiche: studio, lavoro, solitudine o sovraffollamento, tutto è avvenuto dentro casa. E tutti noi ci siamo resi conto, in un contesto di progressivo invecchiamento della popolazione, quanto diventi cruciale l’offerta di soluzioni che, tenendo conto dei bisogni emergenti, permettano di continuare a vivere in autonomia, in sicurezza e in un contesto di coesione sociale. In effetti, anche in Italia sta prendendo piede il fenomeno del silver co-housing: la condivisione di spazi abitativi da parte di nonne e nonni che non hanno alcuna intenzione di trascorrere la vita restante in una residenza sanitaria. Nella nuova “famiglia”, in cui le generazioni sono mescolate, si condividono interessi, ci si dedica agli altri (e agli spazi comuni), si progetta assieme. Scoprendo che condividere fa bene: secondo diversi studi, infatti, questo stile di vita garantisce fino a 10 anni di autonomia in più rispetto alle possibilità che sperimenta un anziano abituato a vivere da solo.

Se state pensando di cambiare casa, fate un pensiero sul cohousing.

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