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Intervista a Carlo Cottarelli

Ripresa post-Covid, coesistenza tra pubblico e privato e importanza dell’educazione economica

Di Feltrinelli Education

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Se parliamo di economia, in Italia ma anche a livello internazionale, esistono poche personalità più autorevoli di Carlo Cottarelli. Direttore del Fondo Monetario Internazionale dal 2008 al 2013, è stato nominato Commissario straordinario alla revisione della spesa pubblica dal Governo Letta, per pochi giorni anche presidente del Consiglio incaricato ed è direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano.
È inoltre autore di cinque libri pubblicati per Feltrinelli e per Feltrinelli Education è tra i docenti dei Fondamentali di Economia. 

Possiamo dire che stiamo finalmente uscendo dalla crisi economica del 2020?

Sì, ne stiamo uscendo se non ci sono ulteriori sorprese di natura sanitaria. Credo che proseguendo con i vaccini le nuove ondate saranno controllabili, questo mi sembra di capire come lettore di giornale. Come economista invece, vi posso dire che se si supera il COVID l'uscita dalla crisi sarà anche più rapida di quanto le previsioni considerano al momento. Lo dico perché i settori in cui non ci sono più state chiusure sono tornati in breve tempo ai livelli pre-COVID: il settore manifatturiero, industriale, il commercio internazionale. Soffrono ancora i settori sottoposti a chiusure. Certo, non tutto tornerà come prima ma il peggio dovrebbe essere alle spalle. Alcuni Paesi, come la Svezia, secondo le previsioni della Commissione europea già nel primo trimestre del 2021 sono tornati a un livello di produzione simile a quello precedente alla pandemia.

C’è un tema che in molti non riescono a capire fino in fondo ma che è di nuovo centrale: l’inflazione. In questi giorni, Cina e USA registrano un aumento dell'inflazione e su alcuni giornali si legge che questo sia un problema, mentre per altri non lo è. Tu cosa ne pensi? 

A guardare i numeri fanno un po' spavento. L'aumento dei prezzi negli Stati Uniti rispetto a un anno fa è del 4,2%. Se però si vanno a considerare solo i primi 4 mesi del 2021 l'aumento è stato del 2,6%, che su base annua arriva a una velocità dell'8%. Stesso discorso per l'Europa: se si guarda la prima metà del 2021, la velocità annuale dell'inflazione è del 6% ma in Germania è dell'8%. E in Germania si comincia a parlare di iperinflazione. In realtà, trovo che questa situazione sia meno preoccupante di quanto si possa pensare; a meno che non si continui su questa strada. Perché l’inflazione è normale dopo un periodo in cui l'economia prima è scesa e poi è stata ferma: i prezzi sono scesi e quando la domanda torna a un livello normale anche i prezzi tornano a un livello normale. Non dovrebbe essere dunque un aumento permanente dell'inflazione ma qualche rischio c'è. Perché negli USA stanno facendo una politica fiscale e monetaria molto espansiva: il deficit pubblico dovrebbe essere uguale all'anno scorso, il 16%. Si tratta di soldi che lo Stato di netto mette nell'economia e parliamo appunto del 16% del PIL. Per ritrovare livelli simili bisogna tornare al 1943-1944, nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale. Diversi economisti, non proprio dei falchi fiscali, come Larry Summers e Olivier Blanchard, hanno sostenuto che Biden sta esagerando. Bisogna anche considerato stato anche un aumento dei prezzi delle materie prime, potrebbero esserci stati dei colli di bottiglia temporanei nelle forniture. Ma insomma, qualche rischio c'è.

In questo momento i mercati si stanno comprimendo a causa di questa inflazione: secondo te andranno avanti così? I mercati continueranno a perdere o è una strategia per speculare e tornare a crescere in seguito? 

La paura è che i tassi di interesse possano aumentare per effetto di questa situazione. Le banche centrali sanno benissimo che se aumentassero troppo velocemente i tassi di interesse succederebbe un pandemonio, soprattutto ai Paesi come l'Italia che hanno un debito così elevato. Uno potrebbe dire, a noi che importa dell'inflazione? Voglio dire, prima dell'euro eravamo abituati a tassi d'inflazione del 10, 15%. Il problema però non è quello, il problema per noi è se aumentano i tassi d'interesse nell'area dell'euro, se la BCE deve smettere di acquistare titoli di Stato italiani o addirittura non rinnovare quelli che già detiene. Vuol dire che il peso del debito pubblico ricadrebbe sui mercati finanziari. E allora sì, sono davvero dei guai. Dobbiamo sperare che questi segnali di inflazione non siano davvero inflazione ma un aumento dei prezzi per tornare a livelli più coerenti con l'attività economica.

Però questo senza che il “Whatever it takes” di Draghi venga sconfessato, almeno finora. 

È un anno che dico che il rischio principale per noi è che aumenti l'inflazione e la BCE debba stringere la politica monetaria, a quel punto anche il debito buono diventerebbe difficile da finanziare. Ma non siamo ancora a quei livelli: non fasciamoci la testa prima di sbatterla. 

Una domanda su uno dei temi che hai approfondito per Feltrinelli Education, ovvero la coesistenza tra Stato e privato e l’idea di Stato imprenditore. Tu che posizione hai sul ruolo dello Stato nell'economia? Perché ricordiamo che oltre alle tasse, per impattare sull'economia lo Stato ha anche la possibilità di definirne le regole e di investire direttamente denaro. La sfida è forse trovare un punto di equilibrio fra questi tre elementi?

Il ruolo principale lo Stato ce l'ha attraverso spesa pubblica, che può essere spesa per investimenti pubblici che non fa il settore privato oppure spesa per la pubblica amministrazione, l'istruzione, la sanità, la giustizia e tutte le riforme che il settore privato non può fare. Ecco, prima di pensare che lo Stato debba fare anche l'imprenditore, mi piacerebbe vedere uno Stato in grado di fare bene le cose che il settore privato non può fare. Al momento lo Stato italiano non sta facendo bene né come fornitore di pubblica istruzione né di sanità. Gli sforzi ci sono stati, i soldi erano pochi. Poi non è solo questione di soldi ma di focalizzare le capacità manageriali e di gestione dei servizi pubblici su certe questioni. Io capisco anche che nell'immediato lo Stato debba intervenire in quanto proprietario di imprese però non vedo che vantaggio ha lo Stato a gestire compagnie aree, acciaierie o gelaterie.

Però un conto sono compagnie aree e acciaierie, un altro è l'infrastruttura sociale che può essere riferita come concetto alla giustizia e alla sanità ma anche alla Rete. 

Ci sono certe cose che stanno in una via di mezzo. Il punto fondamentale è che il settore privato può fare queste cose. Perché, in generale, il privato che agisce in regime di una certa concorrenza garantisce ci siano più stimoli. Ci sono cose che sappiamo che il privato non può fare - non può gestire un esercito, per dire - però dove c'è la possibilità che agisca il privato, io lascerei agire il privato. Altrimenti le imprese pubbliche potrebbero diventare una fonte di potere politico: è finita così con le partecipazioni statali in Italia. E ricordiamo che c'è stato un referendum nel 1993 in cui il 91% della popolazione italiana ha chiesto l'abolizione del ministero delle Partecipazioni statali. Poi io non sono ideologico, ci sono delle eccezioni - delle eccellenze come Leonardo - però prima di estendere il ruolo del settore pubblico come proprietario d'impresa io ci penserei due, tre volte. Abbiamo fra l'altro l'esperienza delle 10.000 partecipate locali, che per anni sono stati definiti "poltronifici": adesso vorremmo portare quella situazione a livello nazionale?

Tornando al settore privato, la domanda delle domande è tu pensi che il capitalismo abbia la possibilità di autoriformarsi in senso più sostenibile? 

Lo Stato ha un ruolo nello spingere il capitalismo in certe direzioni, quando i meccanismi di mercato non lo spingono in quella desiderata. Un esempio tipico è l'economia verde. Lasciato al suo corso, non credo che il capitalismo si muoverebbe in quella direzione per conto suo: un aiutino da parte dello Stato è necessario. Il sistema dei prezzi non è in grado di interiorizzare i danni che vengono fatti all'ambiente. Qui lo Stato deve intervenire: tassando i prodotti inquinanti o attraverso incentivi rivolti all'economia verde. Il problema non è che lo Stato non lo fa ma che la transizione ecologica costa, costa in termini di risorse. Se fosse possibile produrre energia pulita allo stesso costo dell'energia sporca, il settore privato lo farebbe già. Ma se occorre un intervento dello Stato è perché produrre energia pulita nell'immediato costa di più. Eppure, farlo è necessario, perché altrimenti il pianeta scompare e il costo economico sarebbe enorme. Questa questione va anche a toccare i nostri comportamenti e bisogna capirlo, non pensare che la transizione ecologica sia facile e voglia dire solo crescita. Quando Macron ha provato ad alzare i prezzi sugli inquinanti, ci sono stati i Gilet gialli. 

Però in tal senso è quasi più una questione culturale della domanda, che stimola poi un'offerta conseguente. 

È un misto. Facendo l'esempio di Macron della carbon taxation, ovvero tassare i prodotti sulla base di quanto CO2 viene emessa per realizzarli. Questa è una cosa che lo Stato può fare per cambiare anche la cultura e spingere i consumi in una certa direzione. Poi se riusciamo a trovare dei meccanismi non soltanto di prezzo ma culturali ed educativi, tanto meglio. Del resto, anche nel nostro comportamento individuale dobbiamo fare la nostra parte per il pianeta. 

Ci sono grandi multinazionali private che hanno assunto una dimensione tale da avere PIL paragonabili a quelli di un intero continente. Come possiamo muoverci noi come Italia rispetto a questi giganti, con i quali tra l’altro abbiamo anche problemi fiscali.

Ovviamente, più ci muoviamo a livello europeo meglio facciamo. Ma lo stesso vale di fronte alle superpotenze di USA e Cina: se l'Europa si presenta divisa, non conta niente. Nel caso specifico dei grandi oligopoli, un secolo fa negli USA è stata applicata una legge per spezzare i monopoli del petrolio. Ora, non sono un esperto di questa materia ma la domanda istintiva è perché non si può fare qualcosa di simile contro questi oligopoli che sono come Stati indipendenti? Ogni economista che crede nel principio della concorrenza si dovrebbe preoccupare del fatto che esistono imprese di questa dimensione. 

In questo senso, sembra esserci un cambio di passo da Trump a Biden. 

Vediamo, è ancora presto per giudicare ed è un campo difficile e delicata. 

Per concludere, un tuo messaggio sull'importanza dell'educazione sui temi economici e finanziari. 

Io sono la persona meno adatta perché sono un economista: è come chiedere a un calciatore se uno stadio di calcio è una buona cosa. Tuttavia, penso che in questo mondo in cui l'economia e la finanza sono così importanti è fondamentale saperne un po' di più.

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